Lo Strano Caso… Reloaded

Per celebrare la recente distribuzione gratuita su youcanprint, ri-marchetto Lo Strano Caso della Tomba Misteriosa, un’avvincente storia di magia, amicizia, cani, bla bla bla… Insomma chi se lo vuole leggere (nessuno, lol) se lo può scaricare gratuitamente, etc. etc. 😀

 

 lostranocaso_cover Massimo Bosco- Lo Strano Caso della Tomba Misteriosa
giugno 2017; 144 pagine

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Euristo da Ravensburgher, grande ermete superior e magister pauli Ipsissimus, viene a conoscenza di una possibile minaccia che potrebbe mettere a repentaglio l’esistenza stessa del sacro Ordine! L’ignobile Harcibald von Foëhn, con lo scopo di portare avanti i suoi loschi propositi, vuole impossessarsi di un oggetto sconosciuto di vitale importanza per l’Ordine. Non si conosce la natura dell’oggetto: tutto ciò che si sa è che la misteriosa tomba nel quale è custodito deve essere ancora localizzata, e alla svelta!

Senza pensarci due volte Euristo e i suoi compagni d’avventura Malek e Giangiovannone (con il prezioso contributo del fedelissimo cane Cibele), si mettono al lavoro per trovare la tomba misteriosa, e sventare così il complotto. Seguendo tutti gli indizi a disposizione, e indagando con saggezza e perspicacia, cercheranno di localizzare l’oggetto prima che cada nelle mani sbagliate.

Riusciranno ad interpretare tutti gli indizi e a portare quindi a termine l’impresa? Quali vicissitudini dovranno affrontare sul loro cammino? E soprattutto: cosa si nasconde dentro la tomba misteriosa?

La versione cartacea è disponibile su Il Mio Libro al costo di 10€

 

 

 

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Un dialogo tra Nulla e Nessuno

– “Che cos’è la vecchiezza?”, chiese Nulla. Nessuno rimase in silenzio per pochi interminabili secondi, poi inspirò brevemente e disse:

– “Siamo noi. Noi che col tempo abbiamo imparato a non sapere niente e di questo niente sapere ci veliamo di una vaga parvenza di saggezza che lascia quasi intendere che noi, invece, si sappia. Questa, figlia mia, è la vecchiezza. La vecchiezza è la scorza dura che si contrappone alla carne viva della rassegnazione e che, con il passare del tempo, diventa decrepitezza.”

– “È dunque meglio la rassegnazione?”

Un topo in fuga fece traballare i ferri per il camino che produssero un suono acuto che come un diapason, e in totale accordo con il crepitare della legna, diede il la alla risposta di Nessuno:

– “No di certo. La rassegnazione è una ferita aperta, sempre dolorante e sanguinolenta. È il nido dove gli insetti più disgustosi depongono le loro uova. È un banchetto per le larve. Chi si rassegna muore presto e spesso in preda al delirio indotto dalle promesse di un sogno mancato dove, ad esempio, lei è eternamente giovane ad aspettarlo, in una visione di felicità che non corrisponde già più da molto al vero sentire interiore. Chi si rassegna è un morto che cammina e quindi muore due volte.”

– “Allora è di certo meglio la decrepitezza!”

– “Nemmeno. La decrepitezza conduce presto alla malattia e quindi anch’essa alla morte. Malato e decrepito l’uomo osserva l’ io e il mio disfarsi giorno dopo giorno, osserva le particelle staccarsi dal suo e dagli altri corpi come coriandoli; da questa visione ne ha dolori e da questi dolori altre visioni. Visioni di antichi sogni perduti dove, ad esempio, lei gli promette amore eterno ma, dalla tomba in cui ella giace da tempo, dimentica di chiamare la sua voce o a lui tornare, anche solo sotto forma di spettro. E da questo dolore ne ha sempre più decrepitezza e malattia.”

– “Cosa è dunque meglio?”, chiese perplessa Nulla a Nessuno.

Nessuno, ripensando a quella volta in cui un gingillo di vanità tra le mani di una prostituta di Rénnes aveva per sbaglio riflesso l’immagine del suo occhio sinistro, aprì piano le labbra sottili. La lingua si sollevò fino a toccare i denti incisivi superiori e poi quelli inferiori. Per due volte. Da questo movimento, attraverso l’aria soffiata dai polmoni, una parola vibrò nell’aria e spaventò molto Tutto che, segretamente, aveva origliato la conversazione attraverso la porta:

– “Niente.”

 

Niente

Il morto

Il terrore e la paura che provai quando il morto irrigidì la sua mano, come in un estremo saluto da un gelido altrove che da sempre terrorizza e fa gelare il sangue ai vivi, fu secondo solo alla pelosa sorpresa che ne seguì. Un piccolo ragno, nero come la notte, si fece strada attraverso le sue labbra viola. Liberatosi dalla sua improbabile tana fece qualche movimento trascurabile. Andò poi a posarsi sul mento del morto e se ne stette lì immobile, come una parola indecifrabile e impronunciabile che, nell’attimo estremo, si incarna e scivola fuori come un rivolo di bava, a completare segretamente la ragnatela confusa della vita.

“Cosa hai visto signor morto? Cosa ti fa freddo?” – pensai. “È il nulla che da forma a ciò che ci ostiniamo a chiamare tutto? È la notte eterna?”. L’odore dell’ammoniaca, al quale non sarei mai riuscito ad abituarmi – almeno questo è quello che pensavo allora –, mi pungeva le narici e si faceva strada fin dentro al cervello. Girai il cadavere.

“Hai visto iddio? Il Diavolo ha chiesto conto dei tuoi debiti?” – inutile: non me l’avrebbe mai detto e lo sapevo. E se l’avesse fatto sarebbe stata un’ignobile menzogna, una storia grottesca ed esagerata di quelle che raccontano i marinai: la sua pelle tatuata aveva infatti parlato per lui e l’aveva tradito. Ma tra storie di mare, passioni e ammonimenti, la pelle del morto mi comunicò un ultimo mistero. Per chissà quale motivo la mia attenzione fu attratta da un tatuaggio insignificante sulla sua spalla sinistra. Non aveva nulla di speciale, non era colorato come gli altri, ma nella sua essenzialità risultava ermetico. Una lettera.

“È dunque questo il segno del Diavolo, morto? È a lui che hai consegnato l’anima quando la corda s’è stretta intorno al tuo collo?”. Lo rigirai ancora una volta e preparai gli strumenti. Stavo per lasciare il campo della speculazione per tornare a essere ciò che veramente ero: un uomo di scienza. Iniziava, ancora una volta, la mia fredda analisi nei segreti del corpo umano. Ma la consapevolezza che c’era qualcosa che non avrei mai potuto sezionare con il bisturi, tagliare con la forbice, od osservare con gli strumenti ottici, mi dava un senso d’impotenza ed estremo imbarazzo. Non avrei mai saputo a quali ricordi era associato quel tatuaggio; non avrei mai saputo a quale ideale, a quale città o a quale persona era appartenuta quell’iniziale. Soprattutto non avrei mai saputo quante volte il suo cuore aveva battuto di passione, se avesse vibrato di nostalgia per la sua terra lontana o quanto avesse amato quella donna con tutta la sua anima. In verità ero divenuto cosciente del fatto che tanto più scavavo dentro quel corpo, quanto più lo facevo a pezzetti, tanto meno avrei saputo.

Iniziai ad incidere il torace mentre il mio occhio, fuori dal mio controllo, continuava a fissarsi sulla lettera S. Quello che imparai quella volta è che tutto ciò che possiamo sapere è che non possiamo sapere tutto.

Resoconto rinvenuto tra le pagine di un libro

dal diario di Messier Rumbleon

Il giorno ventitre del mese di settembre 1899 io, Gustave Theodore Rumbleon, mi trovavo presso la Biblioteca Imperiale di Sarprech a svolgere, come di consueto, il mio lavoro di ricerca sui fungi apini. Mentre consultavo un antico volume trovai custodite in esso alcune carte. Mi apparve chiaro sin da subito che si trattava delle pagine strappate di un diario. Riporto di seguito quello che vi era scritto, avvisando sin da subito il lettore che la narrazione è priva di un inizio e anche di una fine visto che, per l’appunto, si trattava solo di alcune pagine di quello che pareva essere un resoconto ben più ampio. Ne riporto il contenuto in quanto si tratta di materiale bizzarro che sicuramente stimolerà la fantasia di alcuni e la curiosità di altri. Se non altro perché a oggi non è ancora dato sapere a quale spedizione marittima siano riferiti i fatti né il vero nome delle località citate visto che non risultano su nessuna mappa.

RESOCONTO RINVENUTO TRA LE PAGINE DI UN LIBRO

[…] Al terzo giorno di navigazione approdammo ad uno scoglio in mezzo al mare detto Rauco o Isola dei Grampi. Il capitano Albion si guardò misteriosamente attorno e poi disse che sì: doveva essere proprio quello il luogo in cui si trovava prigioniera la principessa Shila. Evviva!, finalmente l’avremmo salvata. Ma dopo innumerevoli giorni di navigazione eravamo stremati dalla fame e dalla sete; le nostre misere provviste infatti erano finite da un pezzo. Sfortunatamente non c’erano fonti alle quali abbeverarsi su Rauco ma, fortunatamente, c’era un temporale in vista.

Piovve. Riempimmo le nostre borracce e ci dissetammo in abbondanza. Ma la fame continuava a svuotarci delle nostre forze e il nostro animo, attimo dopo attimo, diventava sempre più sottile e fragile. Mentre esploravamo quell’arido scoglio più di un uomo fu preso dallo sconforto; qualcuno pianse pensando alla famiglia che non avrebbe più rivisto, qualcun altro si lasciò andare a una vera e propria crisi isterica, subito messa a tacere a suon di schiaffoni dal capitano Albion in persona.

Sapevamo che la principessa doveva trovarsi lì da qualche parte e questo ci rendeva estremamente felici ma eravamo terribilmente preoccupati perché la verità era che con cinque giorni di navigazione non saremmo stati in grado di ritornare al nostro porto, viste le condizioni, e non avremmo nemmeno potuto provvedere al sostentamento della principessa. Potevamo solo sperare di cacciare o pescare qualcosa prima di ripartire ma non avevamo più con noi le nostre armi o altri utensili: tutto era andato perduto quando ci eravamo ritrovati nel bel mezzo di un temibile et burrascoso uragano. La situazione, insomma, era molto critica: eravamo lì per prestare soccorso ma ne avevamo bisogno a nostra volta. Ma avevamo promesso di salvare la principessa Shila e avremmo cercato di farlo a tutti i costi. Anche se la fame ci tagliava da dentro. Come avremmo voluto affondare i denti dentro un bel cosciotto d’agnello!

Anche se non lo dava a vedere il capitano era molto preoccupato. Avevo imparato a leggere la sua mimica facciale negli anni passati insieme per mare e ora i tratti del suo viso gridavano a gran voce “salcha garga!” che, tradotto dal gerlano-valentino significava approssimativamente: “maledizione infausta!”.

Dopo un’interminabile ricerca il giovane Bartholomew Malamais indicò al resto della spedizione un punto in mezzo a dei massi non dissimile dal resto del limitatissimo territorio di quello sperduto scoglio in mezzo all’oceano. Ma aguzzando la vista era possibile scorgervi una rientranza. Ci recammo presso il luogo indicato dal giovane marinaio e potemmo vedere che si trattava del minuscolo ingresso di una grotta di discrete dimensioni. Al rumore dei nostri stivali fece eco un suono che pareva avere delle caratteristiche umane. Un singulto!

Un uomo collassò privo di forze. La fame stava per fare una nuova vittima.

Albion si fece strada con la torcia e noi lo seguimmo ma subito ci intimò di aspettarlo lì. Ci guardammo negli occhi e ubbidimmo.

Sentivamo i passi lontani del capitano che si faceva strada nei meandri della grotta. Mentre aspettavamo un uomo caricò la sua pipa con della sterpaglia secca trovata lì per terra. Un altro tirò fuori un ritratto della principessa Shila. Ci mettemmo tutti intorno a lui perché fra noi molti, compreso il sottoscritto, non l’avevano mai veduta. Rimasi un po perplesso. Era… grassa. Molto grassa. Non era per niente quella leggiadra creatura della quale tutti parlavano. Aveva qualcosa di terribilmente sgraziato, persino disgraziato, direi. I suoi lineamenti disegnavano, senza alcun’ombra di dubbio le fattezze di una persona che poteva essere definita, senza troppi giri di parole, brutta.

Non nascondo che per un attimo, pensando a tutta la fatica che avevamo fatto, la mia mente mi suggerì un pensiero del quale mi vergognai profondamente. Ma quali che fossero le nostre parole e i nostri dubbi furono ben presto interrotti da un suono proveniente dalle viscere della terra: un urlo! O almeno così parve a molti di noi. Possibile? Eravamo incerti: forse si era trattato del verso di qualche animale… ma a tutti noi era sembrato proprio il grido improvviso e disperato di una donna in pericolo. Seguirono vari rumori confusi. Poi sentimmo dei colpi di pietra e infine il rumore distinto di una pesante spada che affondava la sua lama in qualcosa di morbido. Era Filindilarda, la spada del capitano; su questo non ci potevano essere dubbi.

Il vice secondo mozzo portò la mano vicino alla bocca e gridò in direzione delle tenebre: “Cosa succede capitano? Stiamo venendo in vostro soccorso!”. Ma subito la voce possente e rauca di Albion gli fece eco: “Non muovetevi! E’ un ordine. Va tutto bene, sto risalendo…”.

Da lì a poco udimmo i passi del capitano che si dirigeva verso di noi. Lo vedemmo arrancare con un grosso fagotto tenuto insieme alla bella meglio. Eravamo tutti stupiti e lo fummo ancora di più quando lo buttò a terrà davanti a noi: “La principessa non c’era ma ho trovato una specie di maiale selvatico – disse – Finalmente potremo nutrirci miei uomini! Philibert: accendi il fuoco!”.

Rimanemmo tutti in silenzio finchè l’arci commodoro Filinberg non iniziò a parlare: “Che pelle liscia questo maiale capitano… Così curata…”. Albion ci guardò tutti e pronunciò le seguenti parole: “Temo che la principessa ormai sia perduta. Abbiamo fatto del nostro meglio, uomini. Non ci resta che nutrirci e sperare che questo ben di Dio ci basti per riattraversare l’immenso unt eterno oceano al quale abbiamo sacrificato le nostre forze e le nostre speranze”.

Sembrava come se ognuno di noi fosse cosciente di una verità che non osava, non poteva e, in fondo, non voleva pronunciare. Tacemmo.

Philibert accese il fuoco e ognuno di noi aiutò a radunare i pezzi del maiale appena macellato da Albion. Di tanto in tanto qualcuno fissava il suo sguardo su questo o quel dettaglio anatomico facendo finta di stupirsi di fronte a quelle forme così delicate e un po’ troppo rosee per un maiale selvatico. Mangiammo abbondantemente e con gusto quell’ottima carne. Che io ricordi non ho mai mangiato carne di maiale così buona in tutta la mia vita. Fu un pasto regale.

Il giorno dopo Gustave Peyotte… […]

***

Qui si interrompe, ahimè, questa bizzarra cronaca. Ora non so dire se si tratti di una storia vera o piuttosto del delirio di qualche alienato. Sta di fatto che tutto questo sembra suggerire alla mia mente una serie indeterminata di pensieri. Ma non è di certo compito di un modesto curioso come me approfondire eventuali pensieri sull’etica, la morale e le meccaniche della mente umana in situazioni di estremo bisogno.

Mi limiterò a dire che… oh! Madame Ivette mi chiama. E’ pronta la cena. Tortellini di Bologna con retrogusto di satanacchia, pare… eh, eh, eh…

G.T. Rumbleon РG̫gne sur la M̩re, 25 Settembre 1889

Daydream

All’improvviso una goccia, sulla guancia, mi svegliò. Calda lacrima, rimase ferma per un attimo e poi via: cominciò a correre veloce per andare a baciare le mie labbra innamorate da dove la mia lingua, assetata d’amore, assorbiva quella rugiada mattutina. Con la vista annebbiata e ancora carica di sogni e fantasie notturne strizzai gli occhi e lo vidi davanti a me. Mi apparve come una visione nel deserto, prima confusa e poi via via sempre più chiara e distinta.

E come una tanto desiderata oasi nel deserto sembrava essere lí per invitarmi a bere, a placare la mia sete, sempre di più. In preda allo stordimento onirico allungai una mano verso di lui mentre l’altra scivolava giù verso il mio ventre, e poi ancora oltre… In un attimo fui trascinata nell’abisso mentre con le labbra umide di passione mi nutrivo di lui. Lui che intanto accarezzava la mia testa, accompagnandomi delicatamente verso il mio nutrimento che io, ormai persa in quel vortice di sensualità, sorbivo voracemente lasciandolo fluire dentro il mio corpo.

Era da un pezzo che frugavo senza successo nella tasca dei jeans quando la sua voce mi richiamò alla realtà:

“Hey, basta sognare a occhi aperti”, disse il pizza boy. “Ti vuoi svegliare? Me lo vuoi pagare il calzone e il calippo?”

“Ah, si!”, risposi io ancora in preda allo stordimento. Con un impetuoso sforzo di volontà dribblai le chiavi e i vari scontrini appallottolati e, finalmente, tirai fuori dalla tasca una manciata di monete da due e da uno.

Lui guardò le monete e poi guardò me in modo strano.

Credo di essere arrossita.
Leggermente.

I Sogni alle Spalle

Ero sdraiata a pancia in giù sul suo letto quando all’improvviso, lui, si mise a cavalcioni su di me, bloccandomi. Tentai di divincolarmi ma ero immobilizzata. Con un gesto deciso mi abbasso i pantaloni.

– “Questa è la punizione che ti meriti”, disse.

Con estremo rigore cominciò a sculacciarmi.

– “No, smettila!”, gridai. Ma fu inutile.

Quelle sferzate vigorose facevano tremare la mia carne e mi facevano vibrare fino ai recessi più nascosti del mio intimo. Il mio sedere in fiamme divenne presto motivo di punizione e redenzione allo stesso tempo. Cominciai a provare un piacere nuovo, inedito e una grossa goccia di miele scivolo tra le mie gambe mentre strizzavo gli occhi e mi portavo le mani ai seni, mio unico punto di appiglio.

A quel punto lui cominciò a nutrirsi di me, lentamente, sapientemente. Una, due, cento, mille volte! Andava e veniva mentre il mio respiro si faceva profondo e intenso…

La mia pelle bianca come la luna rifletteva l’immagine della notte e una scia brillante di sudore rimandava riverberi di magia che accecavano i miei occhi che a fatica riuscivo a tenere socchiusi. Proprio in quel momento una carezza leggera fece fremere la mia anima. Una scossa elettrica mi tagliò a metà e la mia schiena si inarcò facendo tintinnare le manette che mi tenevano legata alla spagliera del letto.

Segretamente speravo che la chiave fosse andata smarrita per sempre.

Proprio mentre lui si allungava sul mio corpo mi girai su me stessa con un movimento sinuoso mentre uno spiffero di aria fredda accarezzava la mia pelle che bruciava come il fuoco.

Strizzai gli occhi ma non vidi niente. Le mie mani erano sciolte, la candela spenta. La passione ardente e l’eccitazione lasciarono in un attimo il posto alla delusione intensa e l’incredulità che si prova in questi casi, quando d’improvviso ci si rende conto di aver sognato.

Una Spremuta di Satanacchia

PROLOCO

Gôgne sur la Mére è un ridente paesino sul versante occidentale della Bretagna. Contraddistinto dalle mura medioevali che fiere hanno resistito alla prova dei secoli tumultuosi, nel corso del tempo è stata teatro di innumerevoli fatti di apparente minore importanza che hanno tuttavia determinato il corso degli eventi in quell’intricata e a volte confusa trama che lo studioso è solito chiamare Storia. Dove c’è la storia ci sono anche i personaggi e Gôgne sur la Mére vanta di aver dato i natali, di aver ospitato e di essere stata testimone nei modi più disparati, della presenza dei più illustri condottieri e delle dame più belle. Tuttavia la targa commemorativa che è stata appesa alla sala principale della proloco non celebra nessun principe o re, ma due dei più curiosi cittadini ai quali la cittadina ebbe l’onore di dare l’ospitalità. Complice il presidente in carica – stretto amico dei due – e il clamore suscitato dagli eventi, il mezzo busto dedicato alla fugace visita di Garibaldi fu quindi velocemente fatto sparire per fare posto alle cangianti parole dedicate all’ingegno di messier Rumbleon e del signor Süssberg.

PROLOGO

La signora De Lafontaine era intenta a pelare le patate quando lo scricchiolìo delle ruote sulla ghiaia annunciò l’arrivo del messo postale. Diede una veloce sbirciata attraverso le tende della finestrella del cucinino mentre con uno strofinaccio si puliva velocemente le mani.

– “Din don dan madame Ivette, la posta!”, annunciò una voce cordiale e carica di brio.

– “Ah sempre di buon umore voi, mio caro”

– “Certamente mia dolce Ivette. La vita è un dono prezioso e bisogna essere capaci di goderne appieno

– “La vita è uno schifo mio caro Philippe. Lo pensereste anche voi se foste costretto a essere lo schiavo di un ricco pazzo, confinato giorno e notte in questo cucinino puzzolente infestato da cimici e ratti.”

– “Oh suvvia non dite cosí! Alla nostra età sappiamo bene quali sono le regole non scritte della vita. Dobbiamo essere in grado di saper cogliere la bellezza e la gioia nelle piccole cose…”

– “Sarà Philippe, sarà… Ma io quell’uomo lo odio!”, disse Ivette.

– “Ma perchè mai? Certo è un po’ eccentrico, a volte burbero ma, credetemi madame, so di membri della servitù che sono stati molto più sfortunati! E poi vedete? Non deve essere un così cattivo diavolo se c’è qualcuno che si da pena di fargli recapitare con una consegna speciale un dono come questo!”.

– Così dicendo Philippe mostrò a madame De Lafontaine un pacco di discrete dimensioni, elegantemente avvolto in carta pompadour color beige.

– “Di cosa si tratta?”, disse madame Ivette mettendo da parte i suoi pensieri.

“Un pacco proveniente dall’Italia da parte del signor Süssberg per messier Rumbleon. Vedete? E’ stato spedito ieri sera con servizio espresso. La spedizione non sarà costata meno di dieci-dodici denari!”

“Cosa potrebbe essere?”

“Così a occhio e croce direi una specialità culinaria… Vedete?” – disse il postino indicando il marchio che compariva proprio vicino agli eleganti nastrini di chiffon rosa – “Questo è il marchio della bottega che ha confezionato il pacco. E il mio italiano è sufficientemente buono per capire che deve trattarsi di un pastificio…”

“Ah bene! Vedete? Altro lavoro per me! Suvvia se si tratta di alimenti ho il dovere e l’ordine di aprire il pacco”.

Così dicendo Ivette tirò fuori da sotto il tavolo un grosso coltello da cucina con il quale in un attimo liberò il misterioso pacco dai nastri che lo tenevano chiuso. Con il fare pratico che contraddistingue il lavoratore esperto tolse anche la carta e aprì la scatola.

“Tortellini… che vi avevo detto?” disse Philippe

“Altro lavoro per me… che vi avevo detto?”, rispose Ivette.

INTRODUZIONE

Allora: alla fine del ‘700 inizi dell’800, all’epoca in cui Parigi era la capitale del mondo, quando una donna aveva un amante – di solito un baldo ragazzotto ben più giovane, in rapporto due a uno diciamo – ed era particolarmente provata dalle ristrettezze imposte dalla vita coniugale, questa, recandosi in farmacia, si faceva preparare una certa mistura che le veniva poi consegnata in una certa boccetta color viola agghindata da un elegante fiocchetto rosso tenuto fermo da una goccia di ceralacca. Tra le più frequentate botteghe dove era possibile reperire questo infausto medicamento spiccavano la farmacia del dr. Champillon e la Drogheria Dupont sulla Rue du Moine; quest’ultima era spesso preferita alla prima perché isolata dalle principali strade e ben nascosta sotto un colonnato scarsamente illuminato anche nelle migliori giornate estive e che garantiva un certo anonimato. Per le stesse ragioni era evitata da altre gentili dame che preferivano non arrischiarsi per quelle oscure e malfamate stradine, preferendole quindi la prima.

Ora: poniamo il caso che il preparato in questione fosse la versione moderna – destinata alle signore appartenenti alle classi più agiate – di un’antica pozione che se debitamente miscelata con olio di lino e capperi funzionava come base per un potentissimo veleno inodore, incolore e insapore; immaginiamo che fosse diffusa da molto tempo tra il popolo, la gente comune; voila! A questo punto basterebbe aggiungere che era anche detta Satanacchia o l'”ammazzatopi” e al lettore non resterebbe che sfogliare un qualunque vecchio erbolario per ricavarne la ricetta in tutte le sue più comuni varianti, compresa quella diffusa nella zona di Lylle (che prevedeva un utilizzo spropositato di grano Carlotta fermentato in sostituzione al farro. Ma tant’è: il risultato era sempre lo stesso medesimo sin dai tempi di Luigi IX – cioè a quando è attestato l’inizio del suo utilizzo in questa forma – nessuno s’era mai lamentato per la variazione nell’ingrediente, nè tra le cuoche, né tra i commensali).

Originariamente l’ammazzatopi era stato impiegato con successo per sterminare i ratti durante l’epidemia di peste che aveva reclamato decine di migliaia di vite a cavallo tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo, da qui il nome. Il suo secondo più diffuso appellativo, Satanacchia, se l’era meritato in quanto sin da subito era stato impiegato dai più scaltri assassini, pretendenti al trono, ignobili puttane e traditori di tutta Francia che in lui avevano trovato un diabolico ed efficace alleato per portare a compimento i loro crimini. Tra le vittime più illustri ci furono il principe Filippo di Champagna e il Conte d’Erlétte il cui caso fu ricordato per molto tempo per i raccapriccianti dettagli relativi alle torture inflitte alla domestica che aveva offerto alla contessa la sua colpevole complicità, e la cui confessione (tardiva ma ricca di prove e dettagli scandalosi) garantì una pena esemplare per la nobildonna e l’incarceramento a vita nella torre d’Eustâche per la servetta compiacente.

That’s it, ecco quindi a grandi linee la storia del temibile liquido che, al di là di qualsiasi ragionevole previsione, finí per accompagnare erroneamente i pensieri di Gustave Theodore Rumbleon, proconsole di Avalacchia e primo gran maestro del Coro della Sacra Confraternita dei Pellegrini Erranti di Gôgne sur la Mére. Mentre osservava un piatto di tortellini di Bologna cucinati alla cacciatora, per la precisione, e ricevuti in dono da Bertrand De Süssberg, primo consigliere dell’arciduca de la Papardelle, Magister Superior dei territori de La Rochelle e Flichétte.

I FATTI

Occorre a questo punto delineare brevemente una descrizione di messier Rambleon per far sì che anche il lettore più dotato sul piano della scaltrezza intellettuale non sia tratto in inganno dalla cronaca degli eventi che ebbero luogo quella sera a Palazzo Champeliér, e non scambi il nostro protagonista per un provincialotto qualsiasi o, che so?, per una persona non particolarmente sveglia. Au contraire! Messier Rambleon, uomo posato ed educato, persona dotata di una certa eccentricità che lo rendeva antipatico ad alcuni e suscitava una certa indifferenza in altri, era un vero asso del ragionamento analitico o, come lo chiamava lui, l’arte dell’addizione. Sosteneva Rambleon che qualsiasi ragionamento logico poteva portare alla risoluzione di una data questione solo se a questo si applicava un semplice schema matematico che aveva come base l’addizione; in sostanza il ragionamento doveva articolarsi in vari passaggi ai quali si aggiungeva, di volta in volta, un elemento nuovo in serie di tre e poi due elementi nuovi per un singolo passaggio; poi di nuovo un elemento per tre passaggi e così via. Questo procedimento logico sembrava funzionare sempre e si era dimostrato apparentemente infallibile in più occasioni; era stato utilizzato anche nella risoluzione di alcune vicende criminose che erano venute all’attenzione della Gendarmerie Royale e per il suo prezioso contributo il proconsole ricevette persino delle onoreficenze. O almeno questo è quanto sosteneva Rambleon. I suoi detrattori non mancavano mai, ogni volta che ne avevano occasione, di mettere in dubbio le mirabolanti avventure di cui era solito vantarsi. Ma, a onor del vero, occorre dire che nel pittoresco paese di Gôgne sur la Mére esisteva più di un circolo per gentiluomini nel quale si radunavano intellettuali e appassionati di scienza che si dilettavano con enigmi scientifici e matematici di ogni sorta; si potrebbe dire tranquillamente che il “ragionamento logico” fosse una moda all’epoca e a Gôgne sur la Mére aveva preso particolarmente piede; ecco perchè le critiche che venivano mosse a Rambleon non dovrebbero essere prese troppo in considerazione: l’invidia è uno dei principali sospettati se si tratta di capire le ragioni di queste critiche, tanto più se si tiene conto del fatto che messier Rambleon – scapolo per scelta, grande appassionato di arte e fine conoscitore di qualsiasi impresa militare dell’Impero sin dai tempi di Carlo Magno – era una delle migliori menti. L’unico capace di rivaleggiare con lui era il consigliere dell’Arciduca, Bertrand De Süssberg.

E i due rivaleggiavano, eccome! La loro era una partita sempre aperta. Diversamente da quanto avveniva durante le sfide regolari nei circoli, dove la prova veniva sottoposta allo sfidante in maniera “ufficiale” e fornendo gli elementi necessari per poter iniziare l’investigazione, tra Rambleon e Süssberg esisteva una sorta di tacito accordo in base al quale qualsiasi interazione da parte dell’altro era l’inizio di una nuova prova. Non veniva nemmeno specificato quale perchè capire in cosa consistesse la prova faceva parte dell’enigma e, inoltre, molto spesso questo era assolutamente necessario per poter salvarsi la pelle. Infatti il livello della sfida tra i due era talmente alto e la rispettiva sicurezza nelle proprie doti intuitive così spropositata, che i due non avevano nessun problema a mettere a rischio le rispettive vite, nè vedevano nella cosa una reale minaccia o un motivo per indovinare delle intenzioni criminose da parte dell’altro. Era normale amministrazione per loro, diciamo. E questo ci riporta al piatto di tortellini alla cacciatora che quella sera madame Ivette De Lafontaine servì a messier Rambleon.

Già da tempo il nostro sospettava l’inizio di una nuova prova. A dire il vero ne era certo, anche se fino ad allora non era ancora riuscito a mettere insieme con certezza assoluta tutti gli indizi che, tuttavia, non erano passati inosservati.

Sin da quando Süssberg aveva annunciato il suo viaggio alla volta dell’Italia – durante il quale avrebbe accompagnato l’arciduca durante le visite ufficiali in vista dell’imminente Conferenza di Praga – messier Rumbleon aveva tenuto alta la guardia. Il primo incontestabile indizio fu una cartolina proveniente da Salerno. Sul fronte vi era riprodotto un grazioso acquarello con alcune casette colorate, sul retro l’elegante calligrafia di Süssberg che porgeva i suoi saluti in un italiano quasi impeccabile. A questa seguì una seconda cartolina; questa volta Süssberg era a Taranto. La cartolina riproduceva una veduta della città dalla quale, ancora, si porgevano i migliori saluti etc. etc. Fu poi la volta della cartolina da Napoli che ritraeva il bellissimo golfo con il vulcano sullo sfondo e poi quella da Chiavari. Rumbleon ovviamente sapeva che tutto si giocava sulle cartoline ma mettendo insieme le immagini che riproducevano non era stato in grado di indovinarne il senso. Anche l’analisi della calligrafia e la ricerca di possibili anagrammi nascosti nelle frasi non aveva prodotto nessun risultato apprezzabile. In effetti era riuscito ad indovinare un messaggio in codice nascosto tra i saluti ma questo si era rivelato essere un meschino depistaggio di Süssberg che aveva come scopo far perdere tempo e preziose energie a messier Rumbleon (il messaggio criptato diceva testualmente: “Complimenti mi hai trovato, firmato Messaggio Criptato”).

Fu solo quando ricevette la cartolina da Chiavari che qualcosa si accese nella testa di messier Rumbleon. Quando poi al suo ritorno a casa si vide servire quel piatto di tortellini di Bologna il cerchio si chiuse e dichiarò a sè stesso che l’enigma era stato risolto.

– “Ivette per cortesia aggiunga un posto a tavola. Fra non molto avremo un ospite.”

La signora De Lafontaine rimase un attimo perplessa ma non fece in tempo a pronunciare nemmeno una parola. La grossa campana in ottone abilmente cesellata con immagini di draghi ed elfi trillò allegramente, spezzando il monotono silenzio di Palazzo Champeliér e annunciando la venuta del nuovo ospite. La serie di due colpi ripetuti per tre volte in modo molto rapido non poteva trarre in inganno: la porta si aprì e un euforico più che mai Bertrand De Süssberg fece il suo ingresso all’interno della magione. Questi stette un attimo fermo come se fosse in attesa di un segno e poi attaccò a parlare:

– “Oh oh mio caro amico! Questo silenzio mi bisbiglia nell’orecchio che…”

Ma fu subito interrotto da un suono acuto e sgradevolissimo: “Bwhuaaaaa-bwhuaaaaaa!!!”.

– “Cosa? Come? La trompette?”, disse Süssberg. “Non è assolutamente possibile!”

– “E invece si mon ami, l’enigma è stato risolto!”, gli fece eco la voce trionfante di messier Rumbleon.

Si da il caso che ognuno di loro avesse adottato un particolare segnale per rimarcare trionfalmente che era giunto con successo alla soluzione dell’enigma sottoposto. Nel caso di Rumbleon il segnale che ne annunciava la vittoria era una vecchia trombetta arruginita e stonata alla quale era tuttavia molto affezionato perchè era appartenuta al generale DeFoe ed era uno dei pezzi forti della sua collezione di reperti storici. “Ognuno combatte le proprie battaglie con le armi che la Provvidenza gli ha fornito. Il generale DeFoe celebrava la vittoria della spada con questa trombetta ed io, Rumbleon, allo stesso modo celebro la vittoria della ragione”; così era solito dire il proconsole prima di iniziare uno dei suoi interminabili discorsi sull’analisi logica. Ma non divaghiamo…

Con il volto in preda ad un espressione mista a incredulità e rabbia Süssberg si fece strada verso la sala da pranzo dove Rumbleon l’attendeva. Madame Ivette, poveretta, seguiva tutto questo senza proferire nemmeno una parola e, mentre ancora teneva in mano il pesante cappotto del signor Süssberg si chiedeva, com’è giusto che sia, che cosa fosse la stramberia alla quale stava assistendo.

Süssberg irruppe nella sala da pranzo e, con sua grande sorpresa, vi trovò messier Rumbleon seduto a tavola che con fare elegante degustava i suoi tortellini. Per un attimo un ghigno malefico comparve sul volto di Süssberg; ma fu solo un attimo perchè il fare sicuro di Rumbleon gli lasciava intendere che la vecchia volpe doveva saperla lunga.

– “Benvenuto, mio caro amico. Accomodatevi pure…”, disse Rumbleon facendo segno verso il posto vicino al suo che la signora De Lafontaine aveva preparato poco prima.

Süssberg si sedette obbediente al suo posto, ansioso di sentire la soluzione dell’enigma. Questa volta Rumbleon doveva aver superato veramente sè stesso: non solo aveva superato la sfida ma addirittura, con fare tronfio, portava la forchetta alla bocca dimostrando di gradire superiormente quella pietanza avvelenata.

– “Forse avete chiesto a madame De Lafontaine di mostrarvi la boccetta?”

– “Quale boccetta?”, rispose Rumbleon

– “La boccetta col veleno, mio buon amico… Era inclusa con la confezione di tortellini. Ho lasciato all’interno un biglietto dove istruivo madame su come versarlo sui tortellini non appena questi fossero stati pronti per essere serviti; l’ho spacciato come un ingrediente segreto della ricetta originale insomma”.

– “Non ne so proprio nulla”, disse un po’ scocciato Rumbleon. “Ma vi assicuro”, proseguì, “che sarebbe altresì scortese da parte vostra se rifiutaste di unirvi a me a questa prelibata cena.”

Così dicendo servì una lauta porzione di tortellini nel piatto di Süssberg che, con estrema attenzione, seguiva ogni suo movimento.

– “Oh non abbiate paura Süssberg”, disse l’ospite sorridendo, “vi assicuro che sono assolutamente innocui adesso. Nel mentre che Ivette si recava alla porta ho provveduto a condirli con un altro ingrediente speciale: l’antidoto!”

– “Diavolo di un Rumbleon! Avanti raccontatemi tutto.”

Rumbleon ghignò di gusto mentre Süssberg si portava la forchetta alla bocca.

– “Sono davvero ottimi!”, disse

– “Senza dubbio!” gli fece eco Rumbleon.

Mentre riempiva generosamente il bicchiere del suo ospite attaccò con la spiegazione:

– “Ovviamente in un primo momento pensai che la natura e gli indizi della prova fossero contenuti nelle illustrazioni delle cartoline. Niente di più sbagliato. Ho spostato quindi la mia concentrazione sui messaggi di saluto scritti per vostro pugno sulle stesse; come voi ben sapete senza nessun risultato utile, a parte quel vostro ridicolo crittogramma che mi ha fatto solo perdere tempo. Molte grazie!”

– “Non c’è di che”, disse Süssberg inchinando ironicamente il capo mentre ingoiava l’ennesimo boccone di tortellini.

– “Ah davvero ottimi!”

– “Invero amico mio! E la mano di Ivette non poteva che impreziosire questo piccolo gioiello della gastronomia”.

– “Ma la prego continui pure proconsole…”

Rumbleon portò il fazzoletto alle labbra e poi proseguì:

– “Arrivati alla terza cartolina, quella da Napoli, ero ancora in alto mare; ma quando ricevetti quella da Chiavari finalmente capii: le città! I nomi delle città.”

– “Ah vecchio diavolo!”, disse Süssberg con voce roca.

– “Ma certo! Come potevo essere stato così stupido; confesso che la geografia non è il mio forte e men che meno ho dimestichezza con quelle terre così lontane dove lo splendore di Roma ha lasciato il posto al banditismo e alla pastorizia, ma una veloce consultazione dell’Atlante du Relieu mi ha confermato che c’era qualcosa di fuori posto. Salerno, Taranto, Napoli, Chiavari… quale razza di ubriaco poteva aver compiuto un giro simile e perchè? Per un attimo pensai che forse alcune fossero state recapitate in ritardo, ma verificando il timbro postale potei appurare che l’ordine era proprio questo. Bene: il nome delle città, mi concentrai su quello… Era chiaro che i nomi delle città nascondevano un messaggio.”

Süssberg annuì con un cenno della mano.

– “E allora”, continuò il proconsole, “capii immediatamente tutto. Quando questa sera tornando a casa madame Ivette mi ha informato che per cena ci sarebbero stati questi ottimi tortellini ricevuti in omaggio da voi, non ho fatto altro che avere la conferma definitiva: la prova consisteva nell’indovinare il nome di un veleno il quale, poi, sarebbe stato usato per avvelenare la pietanza che noi stiamo ora consumando”.

“Fenomenale Rumbleon. Devo confessare che questa volta avete davvero superato voi stesso. Non era semplice!”

Rumbleon, sempre più fiero di sè, si alzo in piedi col calice in mano e si appoggiò con un braccio alla mensola del camino.

– “SAlerno, TAranto, NApoli, CHIAvari… SA-TA-NA-CHIA, Satanacchia! Era così evidente…”

A questo punto Süssberg si bloccò con la forchetta a mezz’aria:

– “Sa… Satanacchia…?”

– “Si, Satanacchia… un vero diavolo di veleno, ahah”, disse messier Rumbleon.

– “Ma no… idiota… Era: saLErno, taRAnto, naPOli, chiaVAri: Lerapova… ogni seconda sillaba… Ho adottato il metodo Dee-Kelly…”

– “Lerapova…?”, ripetè Rumbleon fissando lo sguardo verso l’infinito mentre con il dito accarezzava il bordo del bicchiere.

– “Si, Lerapova… lo “schioppacosacchi”… il più potente veleno di tutta la Madre Russia…”

I due si guardarono un’ultima volta prima di essere imprigionati nell’improvvisa paralisi che la lerapova provocava un attimo prima del collasso cerebrale. Negli occhi dell’uno c’era lo sgomento, negli occhi disillusi dell’altro l’incredulità e, senza che ci fosse bisogno di dirlo, seppero di aver perso tutti e due.

EPILOGO

Madame Ivette de Lafontaine entrò nella sala da pranzo a passo spedito. I piccoli passi ravvicinati che contraddistinguevano la sua camminata avevano un qualcosa di comico, sopratutto se si tiene conto del fatto che il suo di dietro, stranamente paffuto e rivolto all’insù, accompagnava ogni suo gesto con un curioso movimento basculante che ricordava in parte la gelatina in parte il burattinare buffo di un impertinente pupazzo grassoccio.

Si mise tra il signor Süssberg e messier Rumbleon che ancora stava appoggiato alla mensola del camino con il bicchiere di Chateau Lafite ancora in mano. Mentre sparecchiava metodicamente la tavola rivolse lo sguardo prima a uno e poi all’altro e infine disse:

“In ogni caso non avrebbe funzionato lo stesso.”

Tirò sù il cendeliere e con grande eleganza soffiò sulle candele, spegnendole una alla volta come in un lento conto alla rovescia.

“Arsenico miei cari. Banalissimo arsenico la cui aggravante non solo avrebbe reso vano l’utilizzo di qualsiasi antidoto ma ha fatto si che le vostre brillanti menti – e qui assunse un tono diabolicamente ironico – potessero rimanere vive e vegete, imprigionate nei vostri corpi paralizzati. Se non altro finchè le risorse vitali non saranno terminate ma, grazie a Dio, per un tempo sufficientemente lungo per potervi rivelare l’inganno nel quale vi ho tratti e del quale adesso vi ho messi a parte.”

Il terrore negli occhi di Rumbleon e Süssberg è quanto di più atroce si possa immaginare.

POSTILLA

La signora De Lafontaine non fu mai perseguita per il suo crimine. In verità mai nessuno ne seppe nulla. Tornò al paese natìo dove, grazie ai risparmi di una vita messi faticosamente da parte, rimise in sesto la casa di famiglia. Si stabilì definitivamente lì e vi rimase fino alla fine dei suoi giorni, vivendo una vita monotona ma felice, in compagnia dei suoi tre gatti.

EPITAFFIO

Un bambino vestito di stracci, pezze e rammendi, teneva le sue manine strette ai pilastri arrugginiti del cancello mentre osservava con attenzione e paura due strane luci violacee che ondeggiavano all’interno del Cimitero de La Papétte. Fuochi fatui! Doveva trattarsi di fuochi fatui come aveva sentito raccontare dai ragazzi più grandi. Si considerò fortunato ad averne potuto vedere non uno ma ben due e si mise in attesa aspettando l’evolversi degli eventi; ma quando ebbe l’impressione di udire addirittura delle voci scappò via terrorizzato invocando la mamma.

“Qui giace messier Rumbleon: da lui l’intelletto temette di essere vinto, ora che egli non c’è più teme di non sopravvivergli”.

“Ma che razza… ma cosa vuol dire? E’ ignobile!”

“Ah e cosa dovrei dire io!?”, rispose Süssberg ondeggiando indispettito mentre il suo fiammeggiare prendeva una colorazione rossastra.

“Oh suvvia Süssberg! Il vostro epitaffio è semplice ma dignitoso.”, disse Rumbleon.

“Ma non lo credo proprio! E’ un meschino plagio dell’epitaffio di Schiaparelli!”

“Non mi pare poco. Ma il mio? E’ così… così… volgare! Pacchiano oserei dire!”

“Oh ma guardate Rumbleon”, lo interruppe Süssberg, “arriva il Generale”.

“Oh bene! Questa sera oserò chiedergli come andarono veramente i fatti sul campo di battaglia a La Fayette”, disse l’ex proconsole pieno di entusiasmo (che manifestò con un’improvvisa spruzzata di verde che gli illuminò la fiamma come quella sul cappello dei soldatini a guardia del Famedio).

Le due fiammelle si mossero lentamente e con fare incerto in direzione dell’ossario.

“Crede che anche noi un giorno potremmo avere un aspetto più concreto come il Generale, mio caro Süssberg? Con la spada e tutto il resto…”

“Non ne ho idea. Non sono certo di conoscere ancora bene come funzionino le cose ora che siamo… così. In questa nuova condizione insomma”.

“Morti, Süssberg”.

“Non siamo morti amico mio. Pensiamo e parliamo ancora. E’ solo una condizione differente.”

“Si, non lo metto in dubbio. Ma secondo i criteri umani noi siamo morti. Fermo restando che i misteri dell’aldilà – dei quali io e lei pian piano stiamo scoprendo la natura – sono un fatto incerto per i viventi”.

“Poco cambia… sempre morti siamo”, disse secco Süssberg.

“Si ma tutto questo fiammeggiare… mi da noia! E poi mi sento così impacciato”.

Le due fiammelle si fermarono per un attimo, in silenzio, come se stessero rispettivamente riflettendo su problemi esistenziali nuovi di zecca del tutto sconosciuti per i viventi. La verità è che in loro era presente la consapevolezza di essere stati imbrogliati due volte, una da madame De Lafontaine e l’altra da una natura capricciosa, variabile e lunatica che non aveva dato loro nemmeno il tempo di risolvere I grandi enigmi della vita che già gli metteva sotto il naso quelli della morte.

Ma per fortuna quel triste silenzio fu rotto dal loro nuovo amico e mentore. “Oh oh buona sera signori!”, disse con tono cordiale il Generale, mentre dalla bocca tirava avidamente un grosso sigaro che pian piano cominciava ad accendersi, anche grazie a Rumbleon che prestava il suo passivo aiuto come un improvvisato accendino.

I fuochi fatui si illuminarono ad intermittenza di tutti I colori dell’iride mentre seguivano il fantasma del Generale nell’ossario, felici di poter ascoltare le parole di quel nobile vecchio eroe. Una fitta nebbia si alzò rapidamente e abbracciò il cimitero mentre un colpo di vento spense i due lampioni di fronte al cancello. Per un attimo la luna si affacciò dalle nubi dando la buonanotte, ancora una volta, al piccolo paese di Gôgne sur la Mére che, ora, poteva finalmente dormire sereno.

Quid est Veritas, Claudia? Sai tu?

Non triste vagavo sentieri umidi di colori, dipinti di pioggia; sconosciuti al noioso cerchio del tempo umano, arrampicavano la collina voltando ora a destra ora a sinistra, dolcemente sinuosi, senza mai rivelare l’orizzonte dello spazio a cui non appartenevano.

Una porta squarcia gli alberi. Il camminare incerto tra i fili d’erba che inghiottono qua e là la stradina rallenta alla sorpresa di questa nuova.

Potrebbe dunque esserci qualcosa oltre. Non è il sogno forse l’ultimo approdo.

Attraverseró quel passaggio. Vedrò il luccichío di troppe stelle svanire; vedrò i colori delicati – olio abilmente schiacciato sulla tela in vece del sole; lo vedrò farsi buio. Il buio sarà stato fatto vuoto. Il vuoto lo si avrebbe voluto fare morbido niente prima del momento in cui vagherà un tempo, tremolando al calore del bitume, il riflesso dell’illusione prima nella quale questo incedere stanco avrà avuto inizio in un passato nel quale affogo ora la coscienza.

Sai tu, degli inganni della parola? E delle geometrie, lo sai? Eppure un tempo, prima del grande equivoco del nascere, eri in quello stesso buio. E non c’erano etichette per le cose, e non c’erano nemmeno quelle, le cose. Non c’eri nemmeno tu; ma eri.

Sai cosa se ne fa il buio eterno dell’universo di questo sole, e delle coniugazioni verbali?

Sai tu?

Una cena al Papadonprich

Quella sera la compagna Petruskâ Oncheladäva era bellissima. E questo è un grosso problema. Infatti nonostante i capelli nerissimi raccolti in quel modo così singolare che mettevano in mostra quel suo magnifico collo così esile e bianco che invitava al morso, nonostante quei suoi piccoli seni, a ventosa o cipolla che dir si voglia, che era impossibile non notare, specie nelle fredde serate d’ottobre, nonostante quel suo nasino così grazioso che conferiva al suo volto un non so che di dolce e misterioso allo stesso tempo, nonostante fosse seduta al tavolo vicino al mio e io quella sera mi sentissi bellissimo con la testa tutta leccata come un esemplare da primo premio alla mostra canina del palazzo Serenova, nonostante tutto ciò, e molto altro ancora, non è di lei che dovrò parlare.

Infatti, mentre ancora ero intento ad ammirare la bella Petruskâ – che sembrava aver notato la mia presenza e che per la prima volta lanciava inequivocabili segnali di interesse all’indirizzo del sottoscritto – una voce, quella voce, rovinò per sempre ogni mio proposito amoroso.

– “Compagno Malmostovich! Sei proprio tu?”

Si voltarono tutti al suono squillante di quella voce che senza troppa fatica era in grado di sovrastare l’orchestra del Papadonprich, uno dei ristoranti più raffinati e ricercati di tutta San Kristoburgo. Con estremo imbarazzo finsi un mezzo sorriso e salutai l’ingombrante e imbarazzante presenza del compagno Ivanolenko Bujardovich, invitandolo a sedere con un ampio gesto delle mani. Mentre osservavo Petruskâ che si alzava e si allontanava dal suo tavolo per non farvi mai più ritorno Ivanolenko s’era già bello che seduto sulla sedia di fianco alla mia e con il braccio alzato e un sorriso da orecchio a orecchio, contornato da quei suoi grossi baffoni neri, cercava di attirare l’attenzione del cameriere.

– “Bene compagno Ivanolenko, anche tu al Papadonprich questa sera? Una cena d’affari?”

– “O no compagno Malmostovich, niente affari questa sera. Durante tutta la settimana ho lavorato come un cane alla redazione dell’Istoriya con il capo redattore che mi dava tormento perché non si riusciva a tagliare fuori dalla foto del comizio Alessaja Alessajova… sai… l'”amica” del consigliere Tarallòvich… ma vedo che tu già mi hai capito.”

Mi strizzò l’occhio e io annuii. Adesso la verità è questa: non me ne importava proprio nulla. Ma dovevo sopportarlo per forza. Si da il caso che il compagno Ivanolenko Bujardovic fosse sposato con Ivanka Alessandréevskij, pro-segretaria del vice direttore dell’ufficio alloggi pubblici e per una serie di bizzarre vicende che avevano avuto come filo conduttore il chiacchiericcio pettegolo e puttanesco di certe signore, fosse venuto a conoscenza del fatto che avevo elargito una lauta mancia nella gara per l’assegnazione dei bilocali sulla via Casabellaja. Mi toccava essere gentile con lui, insomma.

– “Ah interessante. Avete poi risolto?”, dissi fingendo malamente interesse mentre giocherellavo con un grissino.

– “Oh be’ si. Alla fine ho ordinato dei nuovi stencil da un catalogo francese che mi era passato per le mani alcuni mesi fa e che, in quanto a realismo, sono qualcosa di eccezionale. Ho quindi sovrimpresso sul negativo una grossa mano che regge una coppa di champagne coprendo così il volto della signorina Alessaja e rendendo la foto, nell’insieme, un’autentica opera d’arte! Dovresti vederla compagno Malmostovich.”

– “Si, certamente…” dissi

– “Considera che sarà pubblicata in prima pagina sull’Istoriya di sabato…”

– “Non mancherò”, aggiunsi.

Grazie al cielo arrivò il cameriere con il mio piatto di Cottorottoc a interrompere quella situazione noiosa e imbarazzante. Niente, non era proprio serata: il contorno di fagiolini e melograno non aveva quel luccichio tipico dovuto alla cottura al burro.

– “E tu come mai qui, Dorian? Posso chiamarti Dorian, vero?”

– “Certamente. Mah, nulla di che. Anche io dopo una lunga settimana di lavoro ho deciso di regalarmi una serata di svago”

– “Ah già, come va al cinematografo?”

– “Tutto bene. Ma ultimamente sono arrivati quindici nuovi film di produzione estera e ho avuto un gran da fare con la supervisione e la censura”

– “Se non altro ti vedi un sacco di bei film gratis Dorian, non è vero? Ahahah!”. Si allungo verso di me e mi prese il collo in una morsa e cominciò a strattonarmi come se fossimo a un raduno di vecchi reduci ubriachi.

– “Ma guarda com’è bello il mio amico Dorian Malmostovich” disse tirandomi i baveri della giacca. “Che eleganza, che raffinatezza! Anche le scarpe, quelle che vanno di gran moda in Belgio!”

– “Come diavolo hai fatto a vedermi le scarpe compagno Ivan?”, dissi con un certo stupore visto che i miei piedi erano sotto il tavolo che era apparecchiato con un una lunga tovaglia che arrivava quasi fino al pavimento.

– “Ah be’ Dorian” disse lui un po’ imbarazzato. “E’ una specie di tic nervoso, una fissazione diciamo”. Mi guardò in modo strano e per la prima volta sentii che il compagno Bujardovich aveva qualcosa di interessante da dire.

– “Sentiamo, di che si tratta Ivanenko? Una qualche specie di depravazione strana?” dissi.

– “Oh no, nulla del genere Dorian, nulla del genere”

– “E allora che?” lo incitai io.

– “Ti spiego subito. Tutto ebbe inizio quando il direttore Karriolovich mi chiese di partecipare a una cena, un evento sociale, probabilmente una cosa noiosa, disse lui. Be’ sta di fatto che era stato spedito un invito anche alla redazione dell’Istoriya, e il direttore mi supplicò di andarci io, visto che lui era molto impegnato in faccende personali… mi pare fosse quello il periodo in cui la sua vecchia nonnina era molto malata e lui le portava le focaccine… va be’ ma questa è un’altra storia…”

– “Infatti” dissi io, “ti prego continua Ivan”.

– “Certo Dorian. Be’ ecco, ci pensai un attimo e mi dissi “ma si, dopotutto si tratta solo di una cena. Gratis per giunta!” e diedi così il mio assenso”.

– “E…” dissi io impaziente

– “Un attimo di pazienza Dorian, un attimo di pazienza, ora ti dico tutto. La cena era stata data da Dragan Polijandrovic, il famoso commerciante di pesce, sono sicuro che ne avrai sentito parlare…”

Mi guardo con lo sguardo di traverso e con un certo imbarazzo mentre si arrotolava nervosamente il fazzoletto tra le dita.

– “Oh suvvia Ivan, non crederai a queste sciocchezze!”

– “Oh be’ Dorian! Lo sai che io sono una persona con i piedi per terra, non sono un sempliciotto e men che meno uno superstizioso…”

– “La storia secondo la quale Dragan Polijandrovic avrebbe venduto la sua anima al diavolo in cambio del successo economico è la cosa più bislacca che si sia mai sentita. Suvvia Ivan! Un pescatore che vende l’anima al diavolo per pescare più pesci? Non sarebbe credibile nemmeno nella peggiore delle pellicole che mi passano per le mani ogni giorno…” dissi io.

– “Lo so Dorian, lo so. Ma ascolta quello che ho da dirti: mi recai alla cena e, di tanto in tanto pensavo a questa stupida storiella che gira da tempo, ma la cosa mi faceva un po’ ridere e basta, ovviamente. Finché non è capitato ciò che nessuno si sarebbe aspettato…”

– “Cioè?”

– “Cioè nel bel mezzo della serata qualcuno osò tirare fuori l’argomento!”

– “Intendi dire…?”

– “Esatto: non ricordo chi, non ricordo come, qualcuno osò chiedere a Dragan in persona se quella storia sul patto con il diavolo fosse vera!”

– “E…”

– “E fu molto imbarazzante! Il silenzio cadde nella sala e, sarà stata la suggestione, sarà stato il vino, ebbi persino l’impressione che la luce delle candele si fosse affievolita…”

– “Oh suvvia…”

– “Be’ qualcuno parlò e cercò di sdrammatizzare ma fu subito interrotto da Dragan Poljiandrovich che, per tutta la cena e anche in quel momento, non aveva mai mutato quella sua strana espressione di tristezza mista a disgusto.”

– “E…”

– “Parlò. E disse: “La cosa non mi offende. So che gira questa voce, così come so che le persone si nutrono di superstizioni, così come so che le persone vedono come se avessero un velo davanti agli occhi quando si trovano davanti a ciò che non capiscono”. Questo disse…”

– “E…”

– “E a quel punto Dorian, ti prego di credermi, Dragan aggiunse: “…così come so che qualunque persona che dovesse essere tentata dal portare a termine un contratto di quel tipo commetterebbe un errore terribile!“.

– “E allora? Mi sembra giusto…”

– “Be’ Dorian: nel momento in cui finì di pronunciare queste parole le finestre della sala si spalancarono e un vento di una forza inaudita spense tutte le candele e fece volare per aria piatti e bicchieri. Dragan, potevo vedere chiaramente la sua silhouette che si stagliava di fronte alla finestra aperta, si alzò in piedi e si diresse verso la porta della sala e andò via. Adesso, e ti giuro che è vero, la cosa che mi fece accapponare la pelle, a me e a tutti i presenti, fu il suono dei suoi passi… era chiaramente il suono di zoccoli! Come gli zoccoli di una qualche bestia infernale, un caprone, o che so…”

– “Ma per favore Ivan! Questa storia non ha senso!”

– “Dorian! Te lo giuro sui miei nove figli! Non so se si trattò di uno scherzo ben orchestrato o cosa, ma quello che ti ho raccontato è esattamente quello che è successo…”

– “Ah! E quindi Ivan? Mi vuoi forse dire che il signor Poljiandrovich ha fatto un patto con il diavolo? Che esso stesso è il diavolo?”

– “Ma non lo so Dorian, non lo so! Ma ti posso garantire che non ho mai avuto così tanta paura in vita mia…”

– “Devo ammettere però che è una storia interessante Ivan…”

– “Certo Dorian. E come ti dicevo da allora mi è rimasta questa specie di nevrosi, questo tic, mi preoccupo sempre di osservare i piedi delle persone, specie quando sono sedute al tavolo”.

– “Ah ah” lo interruppi io non riuscendo a trattenere il riso. “Povero compagno Ivanenko!”.

– “Be’ si capisco che fa un po’ ridere. Ma sai?” – disse mentre il suo umore giocoso e burbero riprendeva nuovamente il sopravvento – “la cosa ha anche una sua utilità…”

– “E…”

– “E nel tempo sono riuscito ad imparare molte cose sulle persone semplicemente osservando il tipo di scarpa che indossano. Non sono riuscito forse poco fa ad indovinare che le tue scarpe sono di provenienza belga?”

– “Già è vero”, ammisi.

– “E ti assicuro che sono infallibile Dorian. Vedi quel tizio laggiù?”

– “Eh…”

– “Quello è un beccamorto, solo i becchini hanno quel tipo di scarpa con il tacco così alto e la suola ricurva verso l’alto”

– “E…”

– “E niente Dorian, ho questo dono… o ad esempio quella signorina che era qui prima…”

Mi venne un colpo, parlava di Petruskâ!

– “Ti prego dimmi”, dissi interessato

– “Eh niente Dorian. Indossava la calzatura tipica della via Petralojava”

– “E…”

– “È una mignotta!”

Ingoiai l’ultimo boccone di storione con la pelle, le lische e tutto.

Corpi Interrotti

 

Quando Sarah riuscì finalmente ad aprire gli occhi rimase perplessa. Sapeva di essere stata imprigionata nel peggior incubo della sua vita, aveva lottato per tornare alla luce, aveva lottato per svegliarsi ma, appunto, rimase perplessa.

Per prima cosa riusciva a malapena a tenere le palpebre aperte: erano come incollate tra loro e sentiva un dolore pungente al bulbo oculare ogni volta che tentava di guardare il mondo di fuori. E poi era buio. Intorno a lei era tutto stranamente buio, silenzioso e alieno. Quella non era la sua camera da letto e questo la spaventava molto. Anche perché non riusciva a ricordare niente se non di aver dormito tanto e di essere stata imprigionata nel vuoto eterno di un sonno senza sogni dove la sua coscienza aveva lottato disperatamente per poter tornare al mondo reale.

Ma la cosa di gran lunga peggiore era che non riusciva ad avere coscienza del suo corpo. Non lo sentiva, non… non riusciva a capire dov’era. Poi d’improvviso le palpebre si fecero di nuovo pesanti. Lottò a lungo per tenerle aperte ma alla fine dovette arrendersi e sprofondò nuovamente in quello strano sonno mentre intorno a lei il buio e il silenzio continuavano ad abbracciare l’intero reparto di terapia intensiva dell’ospedale.

Buio.

Una. Due. Dieci, cento, mille mani cominciarono a battere sul vetro della finestra della camera da letto. Mani anonime a cui non corrispondeva un’identità. Mani senza corpi, mani di morti che dal buio della notte cercavano di entrare dentro per avere la loro vendetta sulla vita.

Il tenente John J. Patatini si svegliò urlando.

– “Oddio, quando finirà? Ancora quest’incubo…”, pensò mentre il sudore rigava la sua faccia grondando dalla fronte.

Ne aveva viste tante durante il suo trentennale servizio presso la squadra omicidi, ma una cosa così non sarebbe di certo riuscito nemmeno ad immaginarla. Tante e tante volte aveva desiderato di non essere mai stato assegnato a quel caso. Era sempre vivo in lui il ricordo della sera in cui era stato chiamato sulla scena del primo delitto del pianista. Lo shock che aveva provato nel vedere quel corpo non l’aveva più abbandonato. Quell’immagine era sempre davanti ai suoi occhi e, in particolar modo la notte, il ricordo prendeva vita e le forme e i colori pulsavano e lasciavano intravedere nuovi orrori e nuove paure.

Il pianista era un soprannome fin troppo elegante per un serial killer così spietato. Quello che faceva alle sue vittime era qualcosa di mai visto. Operava il pianista. Creava. Modificava i corpi delle vittime! Modellava su di loro forme da incubo che dimostravano lo sfacelo di una mente che, di umano, non aveva niente. E, per qualche ragione, le mani dovevano essergli di troppo nella realizzazione delle sue opere: a tutte le vittime erano state amputate ed erano le uniche parti del corpo che sistematicamente non venivano mai trovate. Le mani. Per questo i giornali lo soprannominarono “il pianista”.

Il tenente Patatini aveva pensato più volte di abbandonare il caso ma in qualche modo aveva sempre trovato la forza di andare avanti, se non altro per le vittime. E ora, finalmente, dopo cinque anni di atroci omicidi c’era stata una svolta inaspettata. Un sopravvissuto, quella che sarebbe dovuta essere la ventiquattresima vittima: Sarah Scammell.

Luce.

Per chiunque altro quella era la solita mattina grigio-verdognola con le strade sovraffollate di machine, ragazzini che andavano a scuola e uomini in doppio petto che correvano a passo lungo verso il loro posto di lavoro. Ma Patatini sapeva che quella non sarebbe stata una giornata qualunque. I giornali ancora non sapevano nulla, ovviamente, e questo garantiva quella libertà di movimento e tranquillità interiore necessarie per riuscire a fare il punto della situazione a mente lucida e condurre l’investigazione nel migliore dei modi. L’SMS di Johnsson diceva: “Sarah Scammell si è svegliata dal coma”. Era una giornata speciale e lui era uno dei pochi a saperlo.

Durante il tragitto in macchina verso l’ospedale Patatini rimase in silenzio tutto il tempo. Johnsson, che era alla guida, ogni tanto gli buttava un’occhiata di traverso ma lui rimaneva immobile con lo sguardo perso verso l’infinito. Era teso. Tesissimo. E proprio l’apparente assenza di segnali esterni lasciava intuire che aveva l’ansia alle stelle. Qui si sarebbe giocata la sua carriera. Lo sapeva benissimo: sarebbe potuto essere un enorme fallimento oppure l’occasione della sua vita, sia a livello professionale sia per ridare la pace alle povere vittime che da anni tormentavano i suoi sogni implorando giustizia, battendo le loro mani di morto sul vetro della sua camera da letto.

La partita a scacchi era dunque arrivata alla fine, e ci sarebbe stato un solo vincitore. Di questo ne era certo Patatini. E invece no. Le cose non andarono affatto come aveva sperato, e nemmeno come non aveva sperato.

Quando finalmente entrò nella stanza della povera donna fu subito colto da un brivido di terrore. Qualcosa era incredibilmente sbagliato; era peggio delle altre volte. Molto peggio. Sebbene coperto dal lenzuolo quel corpo suggeriva forme che l’essere umano non dovrebbe mai scorgere perché non sono umane così come non può essere umano il suo creatore. E poi, lei, a differenza di tutte le altre vittime era viva, e questo aggiungeva un qualcosa di innaturale in quella situazione che trasmetteva un forte senso di morte; era tutto estremamente drammatico e difficile da metabolizzare a livello psichico. Patatini poteva sentire la tensione corrergli lungo le braccia, le gambe e la spina dorsale. Gli sembrava quasi di sentirne l’odore mischiato a quello orribile dell’ospedale. Un odore morboso di pelle sporca, malata e impomatata.

Si avvicinò al letto. Sarah aveva gli occhi chiusi, sembrava dormire ancora. Patatini rimase immobile per un po’. Poi decise di guardare sotto il lenzuolo. Lo sollevò lentamente. Scoprì tutto il corpo e la visione, quella visione, si mostrò ai suoi occhi. Si portò una mano alla bocca per non urlare.

Le braccia erano state asportate e ricucite al contrario, una al posto dell’altra. Se ne stavano lí, con il gomito piegato quasi a novanta gradi ma dalla parte sbagliata. Ovviamente le mani erano state amputate a al loro posto, sui moncherini, erano stati impiantati dei prolungamenti ossei. Sembrava uno di quei lunghi insetti filiformi con gli arti superiori sproporzionati rispetto al resto del corpo. Successivamente fu stabilito che si trattava delle ossa delle gambe, perone e tibia per la precisione; erano state asportate, lavorate, adattate e impiantate nelle braccia. Le gambe, dal ginocchio in giù, non c’erano più e la parte superiore era stata storpiata in tal modo da tenerle in posizione sempre aperta. Un prolungamento di carne univa la parte esterna della coscia ai fianchi, come la membrana delle ali di un pipistrello. E poi… Poi c’era la cosa peggiore di tutte.

Le dita. Tante, tantissime dita che il pianista aveva pazientemente collezionato in quegli anni e che ora facevano bella mostra di sé spuntando dal tronco della donna, dove erano state impiantate a centinaia!

Patatini sentí che la follia si stava impossesando della sua mente. Cominciò a ridere in modo isterico. Cose del genere le aveva viste solo di sfuggita nei film horror di serie B. Proprio per questo la sua coscienza gli diceva che quella era una visione così’ estrema da poter essere considerata ridicola persino da un autore di horror degno di questo nome. Ma allo stesso tempo sapeva che quello che stava vedendo era reale, e questo creava una frattura nella sua mente. Ciò che non sarebbe dovuto essere e ciò che invece era manifesto davanti ai suoi occhi non avrebbero dovuto condividere lo stesso spazio e lo stesso tempo. Quella cosa non avrebbe dovuto essere lì sotto i raggi del sole del buon Dio.

Quello che avvenne dopo fu una questione di pochi secondi. Mentre lui era paralizzato dal terrore e sull’orlo dell’isteria Sarah aprì leggermente gli occhi. E sebbene non fosse in grado di aprire completamene le palpebre quello che riuscì a vedere, complice la testa sollevata verso il suo corpo dai cuscini, fu sufficiente. Il corpo interrotto che la notte prima non riusciva a sentire e a localizzare ora era davanti a lei. Vide quell’abominio e vide che era attaccato a lei. Vide che quella cosa era lei.

Dalla sua bocca orribilmente mutilata, nella quale il maniaco aveva impiantato delle lunghe zanne ricavate da altro materiale osseo prelevato dalle sue gambe, uscì un urlo che nessun orecchio umano dovrebbe mai sentire. Patatini rimase paralizzato dal terrore, ebbe l’impressione che il suo cuore avesse smesso di battere e per alcuni interminabili secondi la vista gli mancò. Quando gli tornò fu anche peggio: davanti ai suoi occhi quel corpo si dimenava in un modo osceno, seguendo linee e disegni anatomici che appartenevano all’inferno. E mentre quella cosa mostruosa continuava a gridare a delle tonalità bestiali dimenando verso l’esterno la lingua divisa a metà come quella di un rettile, centinaia di dita dritte sull’addome della donna si muovevano come campanellini magici che sembravano volerlo invitare a seguirli verso l’inferno da dove quell’orrore era venuto.

Fu un attimo. La mano di John Patatini scivolo lungo il fianco. E un istante dopo la canna della pistola cominciò a sputare fuoco in direzione della vittima che ora, purtroppo, incarnava l’essenza del male più oscuro che si potesse immaginare. Tutto ciò che di più mostruoso poteva esserci stato nel pianista viveva ora nella sua creazione più mostruosa. Il suo male prendeva forma e si incarnava di volta in volta nelle sue opere. Attraverso queste aveva tentato di liberarsi di quel male, aveva cercato di lasciarlo scivolare verso l’esterno. Voleva allontanarlo da sè, e forse questa volta c’era riuscito per davvero.

La canna della pistola fumava ancora. Quella cosa che una volta era stata Sarah Scammell, con la faccia spappolata da mezzo caricatore, smise di urlare. Patatini sentì di aver fatto la cosa giusta, sapeva che il suo era stato un gesto di pietà e redenzione. Le uniche possibili.

Un istante dopo Patatini girò la canna della pistola verso la sua bocca e fece fuoco. Quello fù l’ultimo crimine commesso dal pianista.

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Il Signore dei Vermi

Fu come riemergere da un’interminabile apnea. Gli addominali si contrassero in uno spasmo dolorosissimo e, mentre a bocca aperta tirava su tutta l’aria che poteva, si ritrovò seduta con le natiche sul pavimento gelido. Gli occhi erano spalancati dal terrore, la bocca contorta in una smorfia orribile. Le mutandine bagnate: si era pisciata addosso.

“Mi hanno tagliato la gola, mi hanno tagliato la gola!”

Lo pensava più forte che poteva, ma dalla sua bocca non poteva che emettere solo qualche suono gutturale, mentre i suoi polmoni risucchiavano grandi quantità d’aria alimentati da degli spasmi compulsivi che non era in grado di controllare.

“Mi hanno tagliato la gola, e mo che faccio? E perché non sono morta? Perché non muoio!?”

Mentre formulava questi pensieri in preda all’agitazione un luccichio colpi il suo occhio.
La punta di un enorme coltello abbandonato sul divano sgocciolava lacrime di sangue che correvano lungo la lama scintillante. Per terra una pozza di sangue. Tracce di lotta. Poco oltre segni di trascinamento.

Le sembrò di ricordare qualcosa, immagini confuse e sfocate. Si alzò senza spostare lo sguardo dal divano rosso e dal coltello ancora più rosso. Si alzò e andò verso il divano e mentre  osservava meglio la lama un altro flash attraversò la sua mente che lentamente si stava riprendendo dallo shock. Spostò lo sguardo verso il sangue e si portò le mani alla bocca.

Seguì con lo sguardo le due scie che partivano dalla pozza e lasciò scivolare lentamente le mani sulla gola. E rise. I soliti problemini notturni, il solito incubo: la sua gola andava benone.

Era quella di lui che invece non andava affatto bene. E mentre osservava il suo corpo alla fine della scia di sangue la risata divenne prima isterica, poi liberatoria e infine satanica quando la vista della testa mozzata adagiata sul tavolo da pranzo le fece tornare d’improvviso la memoria.

Bastardi. Aveva fatto bene, dopotutto. Era giusto così, si disse. Finalmente era di nuovo libera. Sarebbe stata di nuovo giovane, ancora una volta.

Doveva solo sbarazzarsi di quello che rimaneva di quell’imbroglione che le aveva portato via tutto. E dei capelli bianchi. Doveva sbarazzarsi anche di quelli.

Fece il punto delle situazione e prese una decisione: avrebbe finito di tagliare il resto del corpo come già aveva fatto con la testa. E infatti così fece, con metodo, dedizione ed impegno.

Ci fu poi un bagno purificatore nella vasca e strappò i capelli bianchi che riuscì a trovare a mani nude. Il rituale funzionò: dentro di sé sentì di aver perso almeno dieci anni. Postò qualche selfie su internet e un brivido le accarezzò l’inguine quando vide che quasi in tempo reale l’americano aveva messo “mi piace”.

La gioia divenne per un attimo isteria perché sentì che qualcosa le sfuggiva, che la realtà che avrebbe voluto intorno a sé non poteva essere subito lì a portata di mano; poi venne la tristezza; rimase con lo sguardo fisso verso un punto indefinito e una voce nella sua testa le parlò: era la voce di sua zia; la voce di sua zia che quando aveva ancora sedici anni le diceva preoccupata: “Quanti sono Samantha? Promettimi che la smetterai. Queste povere creature Samantha… Devi fare più attenzione quando…”.

Ma ritornò presto in sé: aveva del lavoro da compiere. Decise di sotterrare il mostro vicino a dove aveva sepolto gli altri due la sera prima: quello piccolo e quello più piccolo ancora.

Stipó tutti i vari pezzetti dentro la buca in qualche modo e poi la ricoprì. Per un attimo pensò che se solo l’americano fosse stato lì con lei… Ma filò comunque tutto liscio: nessuno l’aveva mai cercata le altre volte. Era sempre andata bene.

Il signore dei vermi, benedetto, avrebbe fatto il resto. Le avide radici degli alberi anche di più.

La Stanza dei Bambini

Quando io e mio marito decidemmo di comprare la casa sulla collina fu una scelta motivata soprattutto dalle nostre limitate possibilità economiche. Ci sarebbero state tante buone ragioni per non comprarla: si trovava in un luogo abbastanza isolato; benché fosse di costruzione recente non dava l’impressione di essere una casa costruita secondo tutti i crismi; per accedere a qualsiasi tipo di servizio era necessario spostarsi con la macchina. Ma la casa in sé non era poi così male e volendo cercare delle motivazioni positive sull’opportunità di vivere in quel luogo le si poteva trovare esattamente dove qualsiasi considerazione negativa aveva avuto origine: sarebbe stato rilassante vivere in quel luogo lontano dalla città; eravamo a contatto con la natura; potevamo godere del bellissimo lago che si trovava a poche miglia di distanza. E poi la casa era grande e, soprattutto, costava dannatamente poco.

Passammo i primi sei mesi a sistemarla a dovere, scegliemmo con cura l’arredamento per ogni singola stanza, i colori delle pareti, decidemmo la disposizione delle camere. Solo la stanza dei bambini rimase vuota. Il compito di decidere come dovesse essere arredata spettava a me. Per me questa era una cosa molto importante. Mio marito lo sapeva e io l’ho sempre amato per quel suo modo sottile di comprendere e assecondare le mie necessità. Anche in quell’occasione mi lasciò fare.

Avevo ovviamente scelto quella stanza in quella posizione della casa, il suo arredamento, i mobili, tutti gli oggetti e i tendaggi in modo che l’ambiente fosse salutare per i bambini. In particolare mi spaventava l’idea degli sbalzi termici e l’umidità che, a quanto pare, non aveva risparmiato le altre stanze nelle quali erano presenti delle evidenti infiltrazioni che formavano delle orribili macchie di muffa sui muri. Per questa ragione feci trattare i muri con una vernice specifica e mi assicurai che la temperatura fosse sempre costante: ai bambini facevano male gli sbalzi di temperatura, era una cosa che dovevo scongiurare a ogni costo e, a quanto pare, riuscii egregiamente nel mio intento.

In capo a tre settimane avevo finito di sistemare ogni cosa a dovere e la stanza dei bambini era finalmente pronta, perfetta, così come l’avevo immaginata la prima volta tanto tempo prima, così come doveva essere. Dopo un periodo passato con noi in camera da letto li trasferimmo nella loro stanza. Era tutto perfetto ed io finalmente mi sentivo felice. Mi sorpresi persino a pensare che dopotutto non era stata una cattiva scelta quella casa e piano piano stavo imparando ad amare quel posto. Mi sentivo realizzata come madre e forse per la prima volta nella mia vita anche come donna. Sentivo che potevo finalmente, dopo tante difficoltà, abbandonarmi alla felicità.

All’improvviso però si presentò un problema inaspettato: i ragni. Erano dappertutto. Si potrebbe tranquillamente dire che infestassero la camera dei bambini. Quando per la prima volta notai le infinite trame delle loro ragnatele nell’angolo della stanza meno esposto alla luce del sole quasi mi venne un colpo! I ragni sono brutti, schifosi, pelosi; ma sono anche degli abili ingegneri, freddi, calcolatori, intelligenti e velocissimi nel realizzare i loro progetti. Infatti più ragnatele toglievo più ne trovavo. Ogni giorno, ogni santo giorno, nella stanza dei bambini c’erano una, due, dieci nuove ragnatele. E se in principio la cosa era limitata agli angoli più nascosti ben presto i ragni allargarono il loro dominio su tutta la stanza: mensole, giocattoli, libri; persino tra le zampe del cavallo a dondolo un giorno ne trovai una gigantesca e costruita in capo a una notte.

Diventò un’ossessione per me: ogni mattina andavo a controllare e ogni mattina potevo solo constatare con orrore che l’opera dei ragni continuava senza sosta. Avevamo già avuto problemi con i ragni anche nelle altre case, ma mai così.

Ben presto sviluppai una specie di sesto senso ed ebbi come l’impressione che qualcosa strisciasse nel cuore della notte. Strisciava sui pavimenti, sui muri, sui mobili. E poi sentivo chiaramente quel ticchettio. Il ticchettio delle loro zampe sul parquet, sulle pareti, sui vetri delle finestre che scalavano per arrivare al soffitto per tessere e tessere senza sosta. Erano i ragni, a centinaia, forse migliaia. Lavoravano come dei pazzi, senza fatica; filavano le loro trame e tramavano il loro odio contro di me, minacciavano la mia felicità bisbigliando cose oscene nella notte, mi accusavano, mi incolpavano, mi legavano coi loro fili argentati e mi tenevano prigioniera di ricordi che potevo vedere riflessi nell’oscura profondità di quegli occhi neri che, otto alla volta, tutto vedono e tutto sanno.

Alla fine cedetti psicologicamente, ebbi un crollo emotivo e nervoso. Mi mancarono le forze. Fui costretta a letto per molto tempo: presa da una febbre misteriosa che mi pungeva fin dentro il cervello non potevo più alzarmi; non potevo più distruggere l’opera di quegli orribili costruttori che immobilizzano la loro preda e la congelano nel tempo avvolgendola con il loro filo appiccicoso che tutto trattiene, trasformandola nella rappresentazione di colpe antiche come l’uomo. E questo è il motivo per cui loro hanno vinto, alla fine. Quella mattina aprii la porta della camera dei bambini, i miei bambini. L’umidità aveva rovinato molte delle cuciture, soprattutto intorno al collo e sui polsi; le ragnatele erano su di loro e come dei bianchi sudari li ricoprivano completamente. Erano nei loro nasini belli, nelle loro piccole orecchie, fin dentro le loro bocche.

Persino sulle loro labbra un po’ appassite dal tempo ma ancora belle, dottore, e che da ormai tredici anni non smettevano di ridere perché io, la loro mamma, avevo donato loro l’eterno sorriso quando dopo l’incidente con il coltello avevo deciso di imbalsamarli.

Un Estratto dal Libro delle Duecento Verità

“L’energia fluiva nel suo corpo come un inaspettato incidente nucleare al limitare di una foresta carica di ignari alberi che si apprestano a sperimentare gli incerti vantaggi di un terremoto molecolare, pronti a succhiare e addizionare nuovi elementi capaci di trasformare per sempre il corso degli eventi come lo si è sempre inteso, mentre ad un ignaro osservatore esterno tutto sarebbe apparso sempre simile a sè stesso, così come sempre era stato sin dalla prima incerta alba del genere umano. Lenta ma potente, invisibile e rigeneratrice, questa nuova forza si faceva strada nelle sue ossa, nei suoi muscoli e nelle fibre; si faceva strada nel sistema nervoso e attraverso l’intricato dedalo di vene e arterie.

I cultisti cominciarono ad intonare le loro oscure litanie mentre il gran sacerdote, spalancate le braccia, recitò la formula del Ritorno del Re:

Siano aperte le porte del Cielo,
le catene sono state tolte dalle porte del Tempio.
La casa è aperta al suo padrone!

Tu che non perisci, tu che non ti annulli.
Il tuo Nome dura tra la gente,
il tuo Nome si manifesta tra gli dei.

Accetta questa offerta:

è l’offerta del Re,
è l’offerta di Anubis:
mille pani, mille brocche di zytum,
mille buoi, mille oche
per la tua Potenza vitale.

Passa la porta del cielo
perché tu hai la conoscenza
Passa la porta del cielo e ritorna tra noi
Amunathon!

La forza vitale cominciò a scorrere sempre più forte e, raggiunta la testa, riempì il suo essere di una consapevolezza nuova e terribile: in lui c’era ancora energia, in lui era il respiro, fresco, potente e divino. Era vivo, ancora una volta. Un sussulto e un impercettibile gemito precedettero una forte scossa che fece tremare tutto il corpo. La sacerdotessa accarezzò per l’ultima volta il sacro membro con le sue calde labbra carnose e chiudendo dolcemente gli occhi deglutì il divino nettare che fluiva copioso. Proprio in quel momento gli occhi della mummia, finalmente, si spalancarono.

  • “Bentornato tra noi oh grande Amunathon!”, disse a voce alta e con tono solenne il gran sacerdote, “io, Heru, sacerdote di Anubi e Nuit, rasato, depilato, circonciso, vestito di puro lino, versato per i misteri; rifuggito il contatto con qualsiasi donna nel mio servizio al tempio come prescritto, do il benvenuto a te, re meraviglioso e vittorioso!”

A questo punto la gran sacerdotessa alzò in alto il disco d’oro nel quale era riprodotto l’occhio scintillante di Ra e lo percosse con una clava tempestata di lapislazzuli: un suono acuto nel quale era possibile distinguere un ampio ventaglio di armonici risuonò in tutta la sala esagonale del Grande Tempio del Mistero di Tebe.

  • “Oh che mal di testa…”, disse Amunathon, “che razza di lingua sto parlando?”

Il gran sacerdote, la sacerdotessa e i cultisti tutti rimasero un po’ perplessi. Già da tempo si era discusso su come sarebbe stato il primo contatto ma, ovviamente, nessuno era stato in grado di dirlo con certezza. C’erano tra gli adepti dell’ordine due scuole di pensiero: la prima, quella dei credenti più ortodossi che dava maggior rilievo alla componente spirituale dei misteri, credeva fermamente che il primo contatto sarebbe avvenuto come descritto dagli antichi papiri dove erano riportate tutte le formule. Questi descrivevano un discorso diretto tra il risvegliato e il gran sacerdote simile a un copione cinematografico. La seconda scuola di pensiero predilegeva una concezione più moderna che non escludeva dal patrimonio ereditato dagli antichi le più importanti scoperte dell’epoca moderna; secondo questi i dialoghi riportati negli antichi papiri dovevano essere considerati come delle approssimazioni, delle linee guida su come condurre il primo dialogo e niente più.

Ma, a onor del vero, la risposta del faraone al solenne discorso di benvenuto suonò strana sia agli uni che agli altri, anche se i secondi avevano messo in considerazione che l’utilizzo del VSRT avrebbe potuto comportare degli effetti insoliti (VSRT era l’acronimo per Vocale Sintetizzatore & Realtime Translatore; si trattava di un sintetizzatore vocale e traduttore in tempo reale che era stato installato nel cervello biomeccanoide del re e che gli avrebbe permesso di parlare qualsiasi lingua tra quelle installate, cioè una, per il momento).

Superata la sorpresa iniziale Heru, il gran sacerdote, riprese il controllo di sé e della situazione. Ormai sapeva che i dialoghi previsti dall’invocazione così come erano stati descritti e come ci si sarebbe aspettato che fossero da più di seimila anni non servivano a niente. Continuò quindi senza seguire il protocollo, tanto non avrebbe avuto senso.

  • “La lingua che stai parlando, o mio re, si chiama zingarello marocchino.”

  • “Ah”, disse il faraone, “che buffo nome… non so perchè ma mi fa ridere.”

Il gran sacerdote cercò con lo sguardo tra i cultisti. Mustafà Said, capo del settore neuro-informatico K.E.B.A.B., alzò il cappuccio e suggerì che le variabili introdotte per favorire l’assorbimento di informazioni nel cervello artificiale – come ad esempio informazioni relative al passato recente che ora erano obsolete, nozioni di cultura minore e l’emulazione dei comuni meccanismi di riflesso condizionato – potevano avere degli effetti di questo tipo sul riflesso psicologico anche a causa del tessuto neurale che doveva ancora imprimersi di nozioni di prima mano. Tutto questo lo sintetizzò con una parola: “rodaggio”.

Il gran sacerdote fece segno con la testa come per dire “ho capito”.

  • “Oh mio re”, proseguì Heru, “la gioia che ti accompagna allieta anche me e tutti i miei confratelli qui presenti”.

  • “Zingarello marocchino hai detto… non ho mai saputo dell’esistenza di questa lingua…”, disse pensieroso Amunathon.

  • “E’ perchè non esisteva ancora seimila anni fa, mio re.”, replicò il gran sacerdote.

  • “Come hai detto che ti chiami?”

  • “Il mio nome è Heru”

  • “Bene Heru, fammi il punto della situazione zxcbnzxc”

Mustafa Said si avvicino velocemente al rack che conteneva il complesso sistema informatico dal quale era possibile gestire in remoto il VSRT e dopo aver girato alcune manopole e basculato una leva, fece segno che ora era tutto a posto.

  • “Che è successo ragazzi?”, disse sorpreso il re.

  • “C’è stato un piccolo problema nella “magia” che ti permette di parlare correttamente la nostra lingua, ma il sacerdote che ha operato questa magia”, e qui indicò in direzione di Mustafa Said, “ha subito provveduto a sistemare tutto”.

Il re guardò Mustafa Said e poi rivolse nuovamente lo sguardo verso Heru.

  • “Raccontami di questa magia, Heru”

  • “Certamente mio re”, rispose lui.

  • “Ma ti prego, prima fammi un breve sunto della situazione, come ti stavo chiedendo poco fa. Cosa è capitato in tutto questo tempo? Dove ci troviamo ora?”.

  • “Sono capitate innumerevoli cose, mio re. L’uomo ha operato miracoli e magie che prima erano impossibili da realizzare e anche da immaginare. Ci fu un tempo in cui la terra bagnata e nutrita dal sacro fiume era il centro del mondo. Quel tempo, il tuo, ad un certo punto finì e ci furono nuovi re, nuovi regni, nuove terre e persino nuovi dei. L’eresia di Amarna si diffuse nel mondo intero a causa di quel gruppo di schiavi che tentarono con successo la fuga, gli ebrei, e così i vecchi dei vennero dimenticati e l’uomo fu inghiottito nelle tenebre dell’ombra proiettata dal suo dio unico, onnipotente, onniscente e invisibile. L’uomo divenne una pecora paurosa e ignorante.”

  • “Beee”, interruppe il faraone.

  • “Sssi… quella…”, fece eco un po’ perplesso Heru. “Una pecora ignorante. Ma la scintilla primigena di Thoth non aveva mai smesso di ardere; attraversò prima i secoli e poi i millenni. Gli uomini lo chiamarono in tanti modi diversi, Prometeo, Hermes, Mercurio; raccontarono la sua storia in tanti modi, dipingendolo con i colori più disparati e descrivendo le trame più intricate. Ma la forza generatrice di Thoth rimase sempre la stessa e ad un certo punto fu riscoperta da un manipolo di pensatori audaci che ebbero l’ardire di scardinare l’ordine costituito e andarono contro i pregiudizi morali e spirituali del loro tempo. Furono i primi, timidi raggi di una sfolgorante aurora dorata che investì il mondo di una luce bianca e pura.”

“Aummmmm” fecero in coro tutti i cultisti. Heru proseguì:

  • “Ma l’uomo aveva ormai dimenticato i vecchi dei e non fu capace di controllare il potere della luce. La conoscenza rese l’uomo presuntuoso e la sua natura mortale – alla costante ricerca di un eterno ed immortale irraggiungibile che, da sempre, gli è negato – lo rese autodistruttivo. Ci fu un lunghissimo periodo dove alla guerra succedette la carestia e alla carestia una nuova guerra e così via per molto tempo ancora. I falsi dei delle religioni monoteiste, che già avevano condotto alla rovina l’antico Egitto ai tempi di Akenathon, stavano ora conducendo alla rovina il mondo intero.”

  • “Chi erano questi falsi dei?”, chiese il faraone.

  • “I falsi dei delle religioni monoteiste erano le diverse facce di un unico falso dio il cui nome faceva rima con “io”, e che non era altro che la manifestazione della bestialità dell’uomo e il suo desiderio di farsi dio a sua volta. Un dio assassino e suicida che ammazzava sé stesso.”

  • “Prosegui”, disse Amunathon che, mentre ascoltava con attenzione, assumeva uno sguardo sempre più intelligente.

  • “Ma come all’epoca in cui l’uomo riscoprì la luce, ancora una volta, ci fù un cambiamento importante che ristabilì l’equilibrio. Un gruppo di uomini riscoprì gli antichi riti, riconobbe il valore dell’Illuminismo e capì gli errori che erano stati compiuti. L’uomo capì che Scienza e Religione erano le due colonne portanti dello stesso tempio, destinate a ergersi parallele senza mai potersi incontrare ma entrambe indispensabili. E’ così che venne ristabilito l’ordine.”

  • “Dove ci troviamo ora?”, chiese il faraone.

  • “Questo è il Grande Tempio del Mistero di Tebe, il centro della capitale del mondo: Chauamigu.”

  • “Non conosco questa città”, disse il faraone perplesso. “Il colore della vostra pelle e i lineamenti dei vostri volti mi sono vagamente familiari. Siete voi di discendenza egizia?”

  • “Non esattamente, mio re. Nei tempi bui che seguirono all’illuminismo ci furono molte rivoluzioni e molte terre furono vinte e perse dagli eserciti di tutto il mondo. Ma un esercito silenzioso stava cominciando la propria lunga e pacifica marcia verso il futuro che oggi noi chiamiamo glorioso presente e nel quale tu, Amunathon, ti appresti a regnare. Forte del proprio numero il popolo marocchino si diffuse nel mondo insieme agli eredi di Atlantide, ovvero i detentori dell’unica divina verità: gli zingari. In un primo momento conquistammo pacificamente i territori a nord del Mediterraneo e dove Annibale con gli elefanti e la forza bruta aveva fallito noi – complici del fatto che le donne di quel popolo di briganti, ladri e pastori aveva ormai perso ogni interesse per il sesso e il seno, ormai secco, aveva smesso di allattare – ci insediammo, pacificamente, e ci moltiplicammo come lo scarabeo sacro dal cui seme per ogni goccia ne nascono altri otto. Il popolo di Atlantide intanto divenne nostro alleato. Le nostre donne conobbero i loro uomini e ne goderono. I nostri uomini conobbero le loro donne e ne trassero una discreta gioia.”

  • “Quella di prima era una di loro?”, chiese il faraone inarcando il sopracciglio.

  • “No mio re. Cioè non lo so. Qua siamo tutti un po’ e un po’. Quella di prima era Pastrunia, la gran sacerdotessa. Ma permettimi di proseguire…”

  • “Prosegui pure Heru, mio nobile sacerdote.”, disse il re facendo un cenno di assenso con la mano.

  • “Mentre il mondo cadeva in rovina sotto i colpi delle armi strette nelle mani dei falsi profeti ispirati dai falsi dei, noi marocchini e zingari diventavamo un unico popolo. Il nostro seme plurifecondante unito alla conoscenza degli antichi dei del popolo di Atlantide fece si che ci diffondessimo per tutto il mondo mentre il resto del mondo periva, in nome di una pace che l’amore tace.”

  • “Mi sei anche poeta?”, fece il faraone sorpreso.

  • “No, è stato un caso… or dunque: scavammo le rovine di quella palafitta che era il mondo dei falsi dei e stabilimmo fondamenta profonde e stabili. Rinominammo il pianeta Terra e lo chiamammo Zumbabamba. Ci fu quindi un nuovo illuminismo controbilanciato dall’antico culto dei misteri e finalmente, ora, il trono di Osiride è stato ristabilito.”

A queste parole tutti i cultisti si inchinarono solennemente. Pastrunia, la gran sacerdotessa, dopo essere andata via fece nuovamente il suo ingresso nella sala esagonale. In testa la corona scintillante di Amon-Ra, nelle mani lo scettro del comando. Il faraone, che ora aveva riacquistato piena consapevolezza, si levò in piedi. I cultisti lasciarono cadere le proprie tonache e mentre Amunathon benediceva l’inizio del suo nuovo regno l’orgia sacra ebbe inizio.

Il seme zingarello-marocchino si mischiò a quello divino del faraone e la sacerdotessa ne ricevette in abbondanza. Da questa sacra unione, da questo sacro rito, per intercessione degli dei, nacque il primo esemplare della nuova razza umana, il successore dell’homo sapiens-sapiens: Thulek el Salaam, il primo Homo Androgynouslurp.

Fu così, figli miei, che tutto ebbe veramente inizio.”

Pronunciate queste parole Erasmium Alambikkilus, grande ermete superior del monastero dei Porci Spini, chiuse il pesante Libro delle Duecento Verità, e il buio scivolò morbido come la seta sulla sala.

Proprio in quel momento una piccola stella…

Proprio in quel momento una piccola stella fece capolino tra le fronde dell’albero.

Ci sono dei momenti eterni ed immensi che non si vedono, ma ci sono. In quel momento la pellicola ha appena scartato un frame, la penna dello scrittore ha scarabocchiato una virgola, la mano del pianista ha esitato un attimo di troppo su una pausa; e allora per chi non sa vedere oltre, quel momento non esiste, quel fatto non è un fatto, nulla s’è compiuto. Ma non è così. Tra un frame e l’altro, dietro quella virgola, in quella pausa, in quel maledetto spazio tra le righe molto spesso c’è la storia stessa e i significati sono solo una cornice che, maldestramente, cerca di imitare le fessure di una tapparella che prova a bloccare la visuale, che confonde il quadro nel suo insieme, ma che non può fermare la luce del sole che c’è dietro. Non fatevi ingannare da questi segni, non credeteci mai troppo; guardate bene dietro. Osservate con attenzione oltre.

Proprio in quel momento una piccola stella fece capolino tra le fronde dell’albero; è così che inizia. La fine. Il vento girandolò qua e là un foglietto di carta e un grosso gatto strusciò il suo muso sulla panchina. La panchina quella di fronte al Ponte delle Sirenette. Era lì che ogni sabato, di solito nel pomeriggio intorno alle quattro o alle cinque, era solito sedersi il poeta-musicista. Lo vidi per la prima volta in un umido ma stranamente soleggiato sabato di settembre; lo notai subito per il pallore e per il fastidio che sembrava provare per la luce del sole. Lo soprannominai così perché sin dalla prima volta che lo vidi portava con sé un libro e doveva per forza essere un libro di poesie, sulle quali meditare avidamente… perché altrimenti non mi spiego come mai fosse sempre lo stesso libro. Solo in alcune occasioni – specie all’inizio – lo vidi tenere in mano qualcosa di diverso; furono degli spartiti, della carta da musica; e per quella settimana lo chiamai “il musicista”; ma poi tornò ancora quel libro. Nel dubbio rimase “poeta-musicista” e stop, e gli è andata pure bene. Lui stava lì e aspettava, o comunque sembrava che aspettasse qualcuno; lo dedussi sin dalla prima volta che lo vidi, da come ogni tanto si guardava intorno, a volte persino in modo un po’ circospetto, o così pareva. All’inizio sembrò essere una storia interessante, specie perché ero curioso di vedere chi fosse la persona che aspettava. Ma non arrivò nessuno il primo giorno. E lo stesso accadde la settimana dopo. Ma lui aspettava, di questo ne sono certo, ho occhio per queste cose; passo la maggior parte del mio tempo qui da anni, da decenni! Ho imparato a riconoscere le persone e sono pur sempre un drago, verde, ma pur sempre un drago: ho occhio per queste cose. La terza settimana, ancora di sabato: sempre lì.

Cominciai ad annoiarmi un po’ perché in verità sembrava non succedere nulla; ma ero certo che qualcosa sarebbe successo, lo sapevo. Succedeva sempre qualcosa. Nel complesso però, anche se la cosa sembrava andare per le lunghe, rimaneva sempre un’esperienza interessante osservarlo perché non smetteva mai di esibirsi in strane smorfie facciali che erano impossibili da decodificare perché totalmente immotivate. Per esempio alla quarta settimana mi prese quasi un accidente: in quel momento non c’era nessuno, solo lui e io. Silenzio totale. Ero concentratissimo sulla copertina, non ero ancora riuscito a scoprire il titolo del libro, vedevo solo dei segnetti neri in campo bianco (presumibilmente un’illustrazione) e una scritta piccolissima su una banda azzurrognola. Ecco, ero concentrato su quella, proprio in zen totale, quando all’improvviso fa uno scatto con le mani e alza la testa in alto. Ma così: all’improvviso scrutava con gli occhi stretti tra i rami dell’albero di fronte. Cosa? Quando? Dove? Mi chiesi… Niente ahah, non succedeva niente e non c’era niente; era una di quelle sue stramberie psico-cinetiche; guardava con attenzione qualcosa che solo lui vedeva, vallo a sapere. Un pazzo probabilmente; anzi sicuramente era un pazzo.

La quinta settimana si diede per malato, quella dopo arrivò in ritardo e quella dopo ancora se ne andò via prima del solito. Ma manteneva sempre una certa costanza. Una volta lo vidi stranamente sereno – di solito era sempre accigliato – e un’altra volta era chiaramente nervoso e spazientito: fumava più di quanto fumasse di solito, e fumava tanto. Dopo innumerevoli incontri venne il giorno dei giorni, non me lo dimenticherò mai: sheer heart attack, ahah! A un certo punto questo senza dire niente prende e si alza. E viene dritto da me! Ahah, no dico: me lo vedo che mi viene incontro, convinto! Io concentratissimo sulla copertina del libro ma lui è un po’ di sghiscio e c’ho lo zampillo che mi copre un po’ la visuale, cazzo! Oh lo stronzo: non mi infila un dito in bocca e prova a bermi dal naso!? Che coglione: s’è schizzato pure in faccia! Va be’ prova ad asciugarsi vicino all’occhio, dice “cazzo” guardandosi intorno per vedere la figura di merda che ha fatto, eventuali testimoni… Nulla, gli è andata bene! Oh la copertina: niente, sto libro se lo girava e rigirava, poi si gira e torna al suo posto. Va be quella è stata l’occasione d’oro mancata: non ebbi mai più modo di poter osservare il libro così da vicino. Che poi boh, sto libro ogni tanto lo chiudeva e se lo pettinava ahah… non so cosa facesse, passava le dita sul dorso in un modo strano come per rifargli la piega. No, aveva chiaramente qualcosa che non andava.

Come dicevo prima fu in rare occasioni che lo vidi senza il libro misterioso – ce l’ho ancora qui per non aver mai saputo quel titolo – tra cui il giorno che arrivò con il fiore, ahah. No dico: sono rimasto così! Dopo quella del poeta, musicista, un-po’-tutto-un-po’-niente – o quel che era – ci furono ovviamente molte altre storie. Ma questa è la fine di quella storia; quella che sembrava non aver avuto un finale certo, definito e che invece secondo me non aveva avuto… un inizio. Vallo a capire cosa facesse lì su quella panchina ogni sabato alla stessa ora. Ma se questo mo mi si presenta con ‘sto fiore, allora no, non ho capito niente di nulla, avevo fatto mille supposizioni, dallo spacciatore in su e all’improvviso mi arriva “innamorato”? Non esiste. Facile pure, coglione com’era, che era riuscito a farsi convincere a comprare il fiore da un cingalese ahah. No davvero, non lo so, non ho idea, mi arrendo… può essere qualunque cosa, qualunque storia, o magari non c’è proprio nessuna storia dietro al tizio e così il tutto finì per confondersi nel sogno del rosso sonno di un fiore. Una rosa che, prima di baciare per la prima ed ultima volta le gelide labbra della notte, sgocciolò una grossa lacrima che subito si fece ghiaccio. È così che finì.

Il vento girandolò qua e là un foglietto di carta spiegazzato e un grosso, rosso, gatto cominciò a strusciare il suo muso sulla panchina. Il poeta-musicista sembrò non accorgersi del gatto e guardando di fronte a sé si tirò su in piedi, di scatto, come sempre. Proprio in quel momento una piccola stella fece capolino tra le fronde dell’albero e per un attimo immenso, lungo lo spazio di un niente, mentre il poeta se ne andava, la luce di quella stella baciò quella goccia che la rosa lasciata abbandonata sulla panchina aveva deciso di piangere e che, in quel non-tempo, probabilmente pensò persino di essere un rubino. Da quel pensiero, nell’attimo di quell’illusione, nacquero forse altre stelle, altri pianeti, galassie e forse anche universi; anzi ne sono sicuro: altri spazi infiniti ed eterni ed altri tempi dei quali nessuno seppe mai nulla. Nemmeno il poeta – o quel che era – seppe mai nulla di quell’immagine, di quell’incredibile fotografia impressa in quella gocciolina congelata in quel tempo e nella quale lui compariva di spalle mentre se ne andava via per non fare mai più ritorno; ma c’era. Anzi, c’è. Per sempre. Io, ne sono testimone.

Io l’ho vista!