Lo Strano Caso della Tomba Misteriosa

Un oscuro pericolo si delinea all’orizzonte!

Euristo da Ravensburgher, grande ermete superior e magister pauli Ipsissimus, viene a conoscenza di una possibile minaccia che potrebbe mettere a repentaglio l’esistenza stessa del sacro Ordine! L’ignobile Harcibald von Foëhn, con lo scopo di portare avanti i suoi loschi propositi, vuole impossessarsi di un oggetto sconosciuto di vitale importanza per l’Ordine. Non si conosce la natura dell’oggetto: tutto ciò che si sa è che la misteriosa tomba nel quale è custodito deve essere ancora localizzata, e alla svelta!

Senza pensarci due volte Euristo e i suoi compagni d’avventura Malek e Giangiovannone (con il prezioso contributo del fedelissimo cane Cibele), si mettono al lavoro per trovare la tomba misteriosa, e sventare così il complotto. Seguendo tutti gli indizi a disposizione, e indagando con saggezza e perspicacia, cercheranno di localizzare l’oggetto prima che cada nelle mani sbagliate.

Riusciranno ad interpretare tutti gli indizi e a portare quindi a termine l’impresa? Quali vicissitudini dovranno affrontare sul loro cammino? E soprattutto: cosa si nasconde dentro la tomba misteriosa?

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 lostranocaso_cover Massimo Bosco- Lo Strano Caso della Tomba Misteriosa
giugno 2017; 144 pagineVersione PDF (gratis)


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Del fantastico, di Lovecraft, Borges e altri pensieri a caso.

La questione è complicata. Molto complicata. Come se non bastasse fa molto caldo, e questo non aiuta a pensare bene. Proverò ad iniziare da qui: dice Lovecraft che la letteratura può essere tranquillamente suddivisa in tre grandi categorie: romantica, realista e fantastica.

La letteratura romantica, sempre secondo HPL, è in difetto: si preoccupa delle ragioni del sentimento (spesso sempre lo stesso) e tralascia ciò che appartiene alla razionalità. La letteratura realista, d’altro canto, è altrettanto difettosa: si interessa solo di ciò che è concreto e tangibile e tralascia la sfera emotiva e tutto ciò che è invisibile al telescopio e al microscopio. Inoltre, i temi di interesse dell’una e dell’altra categoria sono stati sviscerati fino all’impossibile; insomma: i baci sono sempre quelli e le miserie umane pure (e poi, aggiungo io: perché leggere di baci invece che darli o, peggio ancora!, leggere di lotte politiche invece che farle?).

Il genere fantastico, invece, ha la libertà di indagare i sentimenti del romantico (non limitandosi però a quelli con un’accezione positiva), e può includere senza problemi i temi del realismo ma, allo stesso tempo, può anche spingersi oltre i limitati confini della realtà tangibile e banalmente verificabile, creando presupposti tali da permettere all’uomo di ampliare il proprio orizzonte d’azione. Questo dice Lovecraft, e io sono d’accordo (e anche Borges. Ma questo è un altro discorso, molto lungo per altro).

E non doveva sbagliarsi poi di molto se si pensa che, non raramente, il fantastico si è dimostrato un eccellente strumento di premonizione: l’uomo sulla luna, il sottomarino, il tema del controllo della libertà individuale, il rapporto con le macchine e l’intelligenza artificiale (che presto ci fotterà tutti!); prima di trovare terreno fertile nella mente di scienziati e filosofi, questi temi hanno occupato pagine e pagine nei romanzi e nei racconti di letteratura fantastica.

L’uomo è andato sulla luna – sempre che ci sia andato veramente! – solo perché un folle l’ha pensato e ha dato al mondo questa idea sotto forma di racconto fantastico; un altro folle poi (molto più folle del primo, s’intende!) si è riempito la testa di questi pensieri irrazionali e li ha concretizzati utilizzando i miseri strumenti della scienza.
Quindi il punto è questo: l’irrazionale è il serbatoio dal quale, da sempre, l’uomo attinge a piene mani per determinare i (nuovi) confini della realtà che lo circonda. Non c’è creatività nel romanticismo o nel realismo: il loro raggio d’azione è limitato al passato, alle cose morte. Solo il fantastico guarda veramente alla condizione presente e futura dell’uomo (e non solo di esso).

Perché sto dicendo tutto questo? Non lo so!

Ah, si: era per dire che non ho dubbi sul fatto che bisogna lasciare che la mente corra. Non importa da che parte vada, l’importante è lasciarla andare. E se la si lascia andare veramente e liberamente è quasi impossibile incappare nell’errore di essere inutilmente romantici o stupidamente realisti: inevitabilmente si finisce nel patologico, ovvero nel fantastico, e questo è solo un bene perché solo il fantastico coincide con quello che possiamo definire, anche se solo vagamente, reale.

Così, lasciando che la mente corresse, è capitato che un giorno mi sia venuta in mente questa frase: “Da vasi di terracotta colsi incolte cozze in colza cotte e me ne cibai”. A questa frase senza senso ne è seguita un’altra, altrettanto stupida. Poi è venuto ciò che la precede, e poi ancora il passaggio immediatamente dopo. L’inesistente aggettivo dimostrativo codelle, ha fornito il mood: questo è il modo di parlare di certi personaggi che abitano territori della mente che in passato avevo già visitato. Non poteva altro che essere, quindi, una storia di gran reggenti, magister e abbazie; insomma: una storia legata all’Ordine.

Ora, però, c’è un problema. Lovecraft dice anche che lo scrittore fantastico – cioè il vero scrittore, l’unico scrittore (si intuisce perché Borges… cara la mia ignorantella?) – scrive solo per il piacere di scrivere; non ha fini sociali; e nemmeno scopi didattici. Credo di aver rispettato tutte le regole, tranne l’ultima!
Ma poco importa; qui, da queste parti, mica si scrive per essere scrittori! Non ci sono ambizioni di questo tipo. S’è scritto perché fa caldo e, qui in cucina – la parte della casa appena appena più fresca – di svaghi ce n’è pochi…

Massimo Bosco

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Frammenti (download gratuito)

Scritti nel corso degli anni 2015/2016 – prevalentemente nel cesso – questi frammenti hanno trovato casa nei vari blog che ho aperto e chiuso nello stesso periodo. Non sapendo bene che farne, ma non potendone ignorare il volume, li ho raccolti in un unico libro disponibile gratuitamente qui, in versione elettronica.

E’ disponibile anche una versione cartacea su Il Mio Libro per 12 miseri eurini.

 frammenti_cover Massimo Bosco – Frammenti
novembre 2016; 227 pagine
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[…] Vedendo il desolante vuoto all’inizio del libro mi sono chiesto se questa mia opera – ovviamente suprema – avesse bisogno di un’introduzione.
Un’introduzione? No di certo! A dire il vero non c’era bisogno nemmeno del libro, se proprio vogliamo dirlo. Ma un’introduzione? Che vuoi introdurre? Lui, il libro, s’è fatto da per sé, come dicono in quel di Rimini. Quindi niente introduzione. Ma se ci fosse stata ci avrei tenuto a precisare da qualche parte quanto segue.
Se si è disposti ad accettare che i grandi, gli immortali, quelli che stanno nell’Olimpo, corrispondono al mito, si faccia lo sforzo di accogliere la volgare possibilità che i piccoli, gli sconosciuti, quelli che stanno infognati in un merdoso quartiere popolare, corrispondano al cesso. Fatto proprio l’assioma, dunque, l’eventuale lettore terrà bene a mente che questo libro è una raccolta di frammenti senza pretese, scritti nella maggior parte dei casi proprio lì, in quello spazio che intercorre tra il pasto e il rotolone bianco. Ciò detto si spera che chi legge possa trovarvici almeno un pensiero, una suggestione, o anche solo una parola sulla quale fantasticare per un attimo.
Sono convinto da tempo che la vita sia un’illusione e che la realtà non esista e, investigando con attenzione le opere immortali della letteratura, sono giunto alla conclusione che, probabilmente, solo i presupposti narrativi peculiari del genere horror e del grottesco permettano di dire la verità. Benché lo scrivere di Kafka – ad esempio – sia… strano? Demenziale? No: kafkiano, la sua scrittura è l’unica a essere conforme alla descrizione delle vicissitudini – del di dentro e del di fuori – che caratterizzano l’esperienza umana. L’horror e il grottesco si contrappongono al meraviglioso contenitore del grande romanzo classico che, seppur esteticamente ricco, non serba mai al suo interno fatti riconducibili alla reale esperienza dell’individuo; ne smentiscono quindi le illusioni, destinate a essere per sempre perdute.
Essendomi trovato a dover lasciar scorrere le parole in modo spontaneo – senza intenti e senza troppa premeditazione – queste hanno autonomamente preso la strada del macabro, del grottesco e dell’ironia demenziale. E, se è vero che il risultato potrebbe ricordare il parlare biascicato e inconsistente dell’ubriaco, si tenga presente che certe cose si possono dire solo con la mente confusa dai fumi dell’alcool.
Un eventuale “qualcuno” potrebbe pensare: “sì, ma… duecento pagine?”. Già. Quando ho deciso di raccogliere in un unico volume tutta la produzione della stanza da bagno me ne sono meravigliato anch’io. Questo non può che suggerire che, se è vero che non è dato aver certezza della bontà dell’opera, quello che di certo si evince è che questa abbondanza grida a gran voce che l’autore non può che essere – e il lettore non ne dubiti – un gran cagone. E con questo anche le note biografiche sono al completo.

Racconti scritti nel cesso da un ubriaco, quindi. Bene. Ed è opportuno condividerli con il mondo? Credo di sì. Del resto la decisione di concretizzare materialmente ciò che di creativo c’è in noi comprende per forza di cose una quantità innumerevole di persone; nemmeno il più ipocrita degli autori potrebbe negare che l’opera prende forma nel mondo materiale perché altri occhi la vedano e altre mani l’accarezzino. Non si danza mai da soli e, come dice Lovecraft, “nessuno danza da sobrio, a meno che non si tratti di un pazzo”.
Le pagine che seguono sono quindi un invito. Un invito alla compagnia, all’ubriachezza e al non-pensare.

Massimo Bosco