Reflex Blinks: Can-Can

Ferrose cannucce custodiscono prelibati segreti

Reflex blink occurs in response to an external stimulus, such as contact with the cornea or objects that appear rapidly in front of the eye. A reflex blink is not necessarily a conscious blink either; however it does happen faster than a spontaneous blink.
Pics by: Crisalide77 & Rospo

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Incroci Urbani (per Sara)

Post di servizio… perchè delle volte c’è un altro te che si aggira con fare sospetto per le stesse strade… e quando lo trovi è figo! 😀

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Ecco questa mi ha colpito… è praticamente identica O_o

Quella della luna invece… non la trovo -.- Erano due, tre scatti. Sopravvive questo modificato. L’avevo fatto così perchè avevo pensato “sembra un quadro”. Ma in pratica nella mia zucca ho il ricordo della scena e di altri scatti identici al tuo 😀

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Ed eccolo Baal! 😀

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E poi varie ed eventuali più o meno a casaccio che solo noi possiamo apprezzare veramente -.- Questa l’avevo intitolata Tetris:

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Ah ecco, questa per testimoniare che anche io ho una serie dedicata al borgo medievale di Torino. A trovarle!

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Questa forse ce l’avrai anche tu. Se te la sei persa ti mangerai le mani. Funzionava ancora, pensa te -.-

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Cap.15:

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Cap.3:

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Questi lo sai dove sono. Mi piacciono tantissimo! 😀

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Questo dovresti sapere dov’era…

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Questi sono gli alberelli da dove sbuca la luna nella tua foto mi sa… mi piacciono molto, in tutte le stagioni. Se ne stanno lì in fila in mezzo al nulla… hanno il loro perchè insomma:

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Questa mi sa che l’ho fatta nei pressi del tuo carrello romantico…

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The sky above Fiorda…

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Sempre gli alberelli in versione spelacchiata:

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E per finire ti regalo una poltrona, visto che come sai sono delle rarità ^_^

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Reflex Blinks: Segni

Incerte casualità in-segnano distratti testimoni

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Pics by: Crisalide77 & Rospo

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Lost in Space

The metallic rain upon my face,
With my tired body I woke up from grace.

In this night of falling stars I made my bed,
But I’m still lay alone with noises in my head.

This voyage is making surely ill,
Nightmares are coming, I know they will.

I’m not living with remorse after left mother land,
But this empty space ahead will never give me strength.

But the spaceship is still going straight with right pace,
I know I’m the last man standing but I’m still lost in space.

Gianni Pintus

Reflex Blinks SPECIALE: Faces

Inaspettati messaggeri riecheggiano pro-gettate intenzioni

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Pics by: Crisalide77 & Rospo

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Reflex Blinks: il Tempo

Imperterrite lancette braccano solide certezze

 

 

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Pics by: Crisalide77 & Rospo

 

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Reflex Blinks: Immersioni

Eterogenee masse affondano incerte identità

 

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Quando la Città dorme… la Moda!

Quando la città dorme cammini a casaccio e incontri qualche turista, solitamente tedesco, che ancora si ostina a mettersi in posa. Osservi gli spazzini, quelli fortunati che sono di turno in Duomo: non fanno un cazzo; quelli in S. Babila uguale. Il metronotte, invece, è sempre allerta: scemi di guerra nati sono tra quelli che più si calano nella parte quando sono in servizio (quello dei metronotte è un fenomeno che andrebbe studiato a livello accademico). Ma poi ci sono loro: i manichini. Anzi le manichine. Almeno una volta l’anno mi capita di essere trascinato nella storia che hanno da raccontare… e allora le seguo, vetrina per vetrina. Da corso Vittorio Emanuele II, giù giù, fino al cuore della capitale della moda. E quanto più ti addentri nelle viuzze, tanto più capisci che non c’è merda più merda della “moda”. E poi ‘ste manichine… sembrano vere, sembrano proprio incarnare (implasticare, boh) la tristezza di ‘sti tempi merdosi e la presa per il culo che, in tempo si saldi estivi (apprendo), il loro padroncino sta meditando nei confronti delle spastiche/mongole che compreranno quella catasta di merda.

Le prime della serie sono le lesbo-manichine con la boccuccia a là Klaus Nomi di Max Mara. Tutte intente a parlare tra loro delle loro farfalle (dozzine e dozzine di farfalle… non avremo esagerato?) ti lasciano una sensazione mista tra Profondo Rosso e  Il Silenzio degli Innocenti.

La vetrina subito dopo è quella di Max & Co. Ma che bravi, vi siete messi vicini! Le sue manikine hanno gli occhietti chiusi (ma almeno ce l’hanno, è già qualcosa) che sembra stiano faccendo le vezzose:

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Ma il rigor mortis della manichina dopo ci rivela la verità: sono morte.

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Un terzo allestimento le vede indossare degli occhialetti da maniaco inglese. Alle spalle delle due protagoniste compare un terzo elemento che mi ricorda, non so perchè, un bradipo che irrompe inaspettato nella scena.

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Poi c’era ‘sto negozietto che non ricordo. Loro vendono robe giovani ai giovani. Notare infatti l’entusiasmo dei pupazzi. Specie la bambina, con le manine strette in quel modo così particolare che sembra quasi di sentire le bestemmie che le attraversano la testa.

L’unico negozio che s’è accorto che è estate e che in estate la gente va al mare ha piazzato un manichino mongol-spastiko. L’espressione inutilmente zen della faccia però è interessante.

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La vetrina del negozio dopo (sa’l cazzo come si chiamava) è l’emblema della tristezza che il mondo della moda rappresenta. Le sue manichine ispirate all’oriente hanno l’espressione tipica del pilota giapponese prossimo a schiantarsi con il suo bimotore su una portaerei americana.

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Un altro anonimo ha allestito ‘sta vetrina che pare come se… “We troie!”, e loro si girano giustamente.

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Ma l’altro allestimento (sempre dello stesso), è molto bello. Anche i vestiti qui sembrano accettabili; se non altro non è il solito pezzo di cotone cucito da un bambino cinese. Bravo anonimo!

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Lo sconosciuto della porta accanto propone anch’esso robe in stile giapponese. Qui la manichina è una real doll per necrofili da 20.000€, probabilmente. I vestiti sono ignobili, ma l’allestimento è notevole.

Qui il cellulare si scarica. Ma trovo il modo di farlo ripartire a forza perchè c’è lei:

Non c’è dubbio che questi dei negozi dovrebbero assumere quelli che fanno ‘sti pupazzi. Persino la vetrina della Disney fa venire voglia di Xanax… ma che è? C’era un manichino di un ragazzino antipatico. Non gli ho fatto manco la foto. Invece la pupazza qui sopra ispira, finalmente, qualcosa!

La batteria è schizzata da 1% al 14%, bene: posso fare ancora qualche scatto. Mi addentro allora in via della Spiga, ovvero: il cuore della merda e della presa per il culo alla gente!

Infatti appena entro nella merdosissima viuzza ci trovo i manichini di Moncler nello spazio (perchè??). Il primo è stato attaccato da un UFO, il secondo s’è impiccato. Giustamente: infatti quali piumini/stivali/giumbotti si aspettano di vendere a luglio?

Il sarto dirimpetto sembra voler proseguire il filone “alien in the space”. In uno show room fintamente grunge (ovvero uno sgabuzzino realmente diroccato facendo finta che era l’effetto voluto), il tizio cerca di venderci delle felpine, una camicetta e un vestitino con su una stampa di quelle che fa il fotografo per 5€. I manichini, appunto, hanno questo aspetto alienoide che ricorda l’espressione di chi, fissando il monitor del computer, si chiede tra quanti mesi arriveranno i vestiti appena comprati su Ali Express.

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Qualcuno pensa che le foto che faccio e poi ritocco siano desaturate apposta per togliere il colore. Invece no. Il grigio che si vede è il grigio che c’è. Mi ha stupito infatti la vetrina dopo, probabilmente la più bella. All’improvviso il colore. Un bell’allestimento, con forme semplici ma decise e colori vivaci ma ben accostati. Complimenti al vetrinista. Il sarto invece cerca di venderci la solita giacchetta di Paul McCartney. Rigorosamente scura, eh (del resto siamo a luglio).

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Va be dopo questa impennata di stile mi giro. Dolce e Gabbana. Seimila vetrine, 200 negozi, ovvero: il mistero dei misteri. Come facciano questi a vendere anche solo uno spillo non si può sapere. Se esiste qualcosa che può essere definito la sintesi della merdasekka, quello è D&G. Il livello estetico e qualitativo di quello che c’è in vendita è lo stesso di un China Market zona S. Siro. Non vale la pena nemmeno di consumare la batteria del cellulare.

Non le ritocco neanche. Una tovaglia di zia Milena spacciata per un vestito, e un’ignobile magliettina “Capri 10”. La magliettina (definita “top”) costerebbe 995€; inutile dire che con meno della metà vai direttamente a Capri, mangi, bevi, e ti compri la stessa magliettina probabilmente per 2€ mentre mangi le cozze sul lungomare.

Invece Krizia (ma è quella che è morta da poco?), affida la vendita di questo pregiato lenzuolo funebre (ecco), alla sua manichina dalla faccia di fregna:

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Il messaggio subliminale credo che sia “Se lo compri per 1180€ sei… fessa!”. Notare anche il richiamo alla più grande presa per il culo di tutti i tempi: i tagli di Fontana. Va be’, una merda colossale.

Faccio due passi e scopro che la Porsche ha sentito l’esigenza di esprimere la sua creatività con il marchio Porsche Design. Non che alla Porsche siano mai stati bravi col design eh (il maggiolino, e conseguentemente tutte le Porsche lol, l’ha disegnato Hitler… e da allora le idee buone scarseggiano, eh eh), ma perchè rovinarsi così? Computer (cinesi) marchiati Porsche; cellulari (cinesi) marchiati Porsche; orologi (svizzeri, ma brutti) marchiati Porsche. Poi: l’unica cosa che poteva andare bene, ovvero una Porsche (cioè la macchina), l’hanno conciata così:

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Sicuramente il CEO Porsche s’è fatto abbindolare da qualche minkiata di Lapo a qualche festa strana. Va be’, non venderanno un cazzo… Forse è il negozio più sfigato in mezzo a tutta quella merdaglia.

Che dire? Roccobarocco tenta di vendere un vestito “My Queen”; rigorosamente proposto al pubblico su un manichino che sta cagando. C’è poco da dire.

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Però, in mezzo a tanta robaccia che noi compravamo al mercato del sabato di viale Papiniano (tipo 20 magliette 10.000 lire, e così via), questo vestito (che in un mondo normale è il vestito della sciacquetta del saloon, nei film di far west lol…) fa un figurone. In realtà è sempre merda, ma per contrasto balza all’occhio e si distingue rispetto al resto delle truffe esposte nelle altre vetrine.

Se Roccobarocco caga, Byblos (di fronte) si da al pissing. Notare le mani, ma soprattutto i piedini! Che tenerezza: fa la pipì!

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Il vestito… Noi bambini sfortunati degli anni ’80 abbiamo avuto dozzine di k-way (il chiù-uéi, “portalo che piove!”… chi cazzo se l’è mai messo?) che avevano più o meno la stessa fantasia e anche la stessa lampo. Identica, l’una e l’altra. Non c’è nulla da dire, qui siamo al di sotto della fogna.

La via sta per finire e Monnalisa (chi cazzo è?) ci regala un po’ di colore. Tutto molto bello ma non se le metterà nessuno ‘ste cose. Io lo so, e tu lo sai Monnalisa. Va be’. Le manichine qui sono palesemente delle spie russe senza anima camuffate da bambine. Lo sguardo è quello di una Irina qualsiasi che aspetta di vederti morire avvelenato dal polonio messo nel sushi.

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Ormai sono in via Montenapoleone, ma via della Spiga mi sorprende ancora. In una vetrina di tal Pakerson (ovviamente penso subito a Parkinson, e non mi sbaglio di molto), ci sono in vendita queste scarpe… “molli”, non so come dire… probabilmente rubate al barbone che dorme sotto il portico di fianco.

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Adesso, chiunque abbia avuto uno zio alcolista o qualche parente che non stava bene, diciamo, le ha già viste, le conosce. Insomma, non raccontiamoci storie di design e invenzioni fantasmagoriche sullo stile… sono scarpe da barbone!!!

Come tutto il resto della robaccia che vendono, del resto: merda alla stato puro. Come le merde che la comprano. Però in tutto questo mi pare di intravedere una sorta di giustizia… Probabilmente questi bottegai sono dei supereroi che con l’inganno smerciano robe del mercato ai ricconi dei paraggi, facendogliele pagare a caro prezzo…

No, non è così.

Le Meraviglie di Zibido S. Giacomo

 

Superato Assago, l’osservatore attento potrebbe scorgere un cartello mezzo nascosto dalle frasche che indica una pista ciclabile che da Zibido (a dire il vero un frazione) porta fino a Gaggiano. Segnalato come un percorso di difficoltà “facile” della lunghezza di 13km e qualcosa… parliamone! Il sole m’ha bruciato vivo; l’unica fontanella che trovi sta a Zibido in un parchetto dove, un simpatico vecchietto, ti chiede se hai bucato; il percorso è facile si… ma anche no! In certi tratti è meglio prestare attenzione, specie dopo cinque (?) ore passate sotto il sole; i 13km in realtà sono 20 che moltiplicati per due più il resto per arrivare lì fanno una cinquantina. Insomma la verità  è che è stato un massacro.

La cosa veramente bella è che ad un certo punto c’è ‘sto lago Boscaccio, che deve però appartenere a dei lontani parenti: infatti è privato e non ci puoi entrare manco per pisciare.  Però è proprio bello eh… la promessa di tanta acqua fresca e azzurra, poi smentita  dal cartello “proprietà privata”, ti da un certo brivido.

E’ capitato pure che ci fosse uno con un aereo che giocava a fare il Barone Rosso: bello spettacolo, molto suggestivo. Avrei fatto pure un video, ma non si vede niente o quasi, e in ogni caso WordPress mi informa che per darmi ai post video debbo essere Premium (pfff).

Ogni tanto incroci qualche simpatico vecchino che ti saluta… e all’inizio non sei abituato, poi ci prendi la mano. Quindi quando incroci il prossimo ti azzardi a salutarlo con gran sorrisoni di ciclistica complicità e, ovviamente, lui non solo non ti risponde ma ti guarda pure come un drogato.

Arrivati a Gaggiano finalmente si medita una sosta!  E invece no… è un paesino “stretto e lungo” e dopo aver pensato di tornare indietro per il naviglio grande passando per Trezzano, Corsico… Trezzano?? Ahah, no va be… me ne torno da dove sono venuto.

C’è un punto in cui la strada sale, sale e sale e ci si trova su un ponte che attraversa l’autostrada. Se mai qualcuno meditasse di fare quel sentiero sappia che dopo la salita c’è la discesa. Discesa indicata come “pericolosa”, ma non è abbastanza… è molto pericolosa, se non freni già a metà entri dritto a casa del contadino.

Eppure questa gitarella campestre è stata molto bella: grandi spazi, molto verde, la natura che intorno a te vive e respira… unico inconveniente il sole. Un sole veramente assassino.  Ma in generale è un ottimo giro, purchè ci si porti qualcosa tipo un cappello perevitare un’insolazione, e tanta tanta acqua!

 

 

Chiaravalle

 

 

 

Così. Giusto una gitarella. Tutto d’un fiato, niente punto a capo. Visto che dopo trent’anni ho scoperto che l’abbazia di Chiaravalle è a 5km da casa mia, mi ci sono biciclettato; passando per quegli stessi campi che, la leggenda vuole, furono attraversati da un monaco (innumerevoli centinaia di anni fa) che, colto di notte da una tempesta improvvisa, bussando ad una cascina trovò rifugio e ospitalità. E allora disse “sia grata questa soglia!”. E quel luogo da allora si chiamò Gratosoglio. Embè, pedala pedala sono arrivato ad uno dei più ambiti luoghi per le gite delle scuole elementari: l’abbazia di Chiaravalle. Non so manco perchè da bambini pareva chissà che. Ma era bello: con la merenda “al sacco” che pareva una gran prelibatezza ed era invece un paninetto col prosciutto smorto, qualche biscottino che finiva sbriciolato e il succo di frutta alla pera Billy. Va be’ per fare una gitarella tra la campagna va bene. Poi uno prende e ritorna indietro. Pedala, pedala, tutto contromano. Chissà dove va tutta ‘sta gente che attraversa i campi in auto; non avrei mai detto tutto ‘sto traffico. Superi il fagiano spiaccicato sull’asfalto e ripensi alla nutria dell’altro giorno, spiaccicata anch’essa; per un attimo ti rendi conto che la nutria, adesso, potresti essere tu. E poi niente, riprendi la via Quintosole (che fa molto Urania) e ritorni alle stradine per i campi. Ma questa volta ci trovi un contadino che dice: “eh beh? Questa è proprietà privata”. E la soglia non è più grata, insomma. Cambiano i tempi. Per questa volta passo, si vede che sono una brava persona dice (occhio lungo lui! Non sa che rompicoglioni ha incontrato oggi e che ho già contattato la regione per sapere s’è vero che è proprietà privata). Ma poi basta. Non si passa più per i campi. Peccato contavo di fare altre 10.000 foto di alberi e cespugli, ma è vietato. Dovrò rinunciare anche al piano di crearmi una piazzola abusiva in mezzo al granoturco dove prendere il sole nudo. Quindi niente: devo tornare alla città. Ripedalerò come una volta – per tante volte – sulla via Bazzi allora, dove ci sono le puttanelle giovani: quella con l’occhietto furbo furbo e quella col culo grosso e bello sotto la pensilina della 79. Pazienza.

Vodkaz

Non si può far altro che accettare di morire soli e in silenzio. Non c’è nulla che può essere detto e non ci sono orecchie che oltre a sentire siano disposte ad ascoltare. Siamo soli. Non abbiamo nessuna speranza, mai. Questo è l’unico “per sempre” possibile. Nemmeno la discendenza è veramente abbastanza e lo sai, anche se è un segreto che non si può dire. 

Quel che è vero trascende la ragione e persino la follia. È vero e basta e se non-è è comunque in eterno tutto ciò che avrebbe potuto e dovuto essere. E noi, ognuno di noi – dotato di vodka o meno -, lo sa. Lo sa di una coscienza presente a sé stessa da strappare la pelle e l’anima. 

Non c’è salvezza.

Ex Manicomio di Mombello

Villa Pusterla è stata la sede del più grande manicomio d’Italia. Conosciuto anche come manicomio di Mombello il complesso, la cui costruzione è iniziata nel XIV secolo, è stato di proprietà di diverse famiglie italiane e alla fine del ‘700 ha ospitato anche Napoleone, che al suo interno vi stabilì il suo quartier generale. L’estensione dell’area è imponente e il clima che si respira camminando per i corridoi e le stanze è angoscioso e straniante. Il complesso si estende sia sulla superficie che nel sottosuolo, dove un intricato sistema di gallerie costruite nei secoli accompagna idealmente il visitatore lungo la complessa trama che caratterizza la storia del luogo. Quello al Mombello è uno strano viaggio nel vuoto, un viaggio nella complessità della mente umana, un viaggio nella follia.

Chi erano i pazzi e chi erano i sani? Quelli che stavano nelle piccole camere con le sbarre alle finestre? O quelli che si incoronavano da soli imperatori? O quelli che nel nome della scienza compivano inimmaginabili esperimenti sui corpi dei pazienti per poi buttare le prove dei loro crimini in un pozzo che ancora oggi è possibile vedere nei cunicoli sotterranei? O quelli ancora che, duci d’Italia, vi tenevano rinchiuso Benito Albino, il loro primo genito illegittimo?

Quello all’ex-manicomio di Mombello non è un giro turistico: non ci sono guide, non ci sono mappe e non ci sono indicazioni. Ci sono solo cartelli che dicono “pericolo di crollo”. Ancora oggi è un luogo dove non è impossibile morire se si mette un piede nel posto sbagliato o se ci si perde nei sotterranei. E forse è giusto così. Le stanze del manicomio di Mombello e le sue storie sono troppe per essere raccontate, ma visitando il luogo ti sfiorano la pelle una ad una e ti raccontano la storia di un animale detto uomo che, sempre simile a sé stesso, vaga in preda alla paura, eternamente vittima del proprio delirio.