Ma è possibile…

…che solo a me importa ‘na sega di ‘sta chiesa di legno?

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La Morte e l’Amore

Oh, che paura, lo spauracchio della morte corporale!

Noi siamo qui, sempre a parlare di cose “del di dentro”, ma poi non riusciamo a non rinunciare alla nostra appartenenza al regno animale. Ci si accende una lampadina nella testa che ci dice che l’assassino fa paura, che è il male, che rappresenta quello che non si deve fare e quindi deve essere “giustamente” punito.

E allora, d’improvviso, la meravigliosa dimensione interiore fatta di amore universale, infinito, destinato a durare “per sempre”, poco vale di fronte al guizzo della carne che viene meno e il sangue che spilla da una ferita, che sia di arma da fuoco o bianca.

Ma siamo onesti: ci sono casi in cui la vera vittima è proprio l’assassino. Il vero crimine non è privare un corpo delle sue funzioni meccaniche, il vero crimine, quello che davvero deve fare paura, è l’uccidere qualcuno emotivamente.

Ci sono dunque assassini che in verità non sono affatto assassini e che avranno sempre la mia simpatia e il mio supporto: hanno agito come esseri umani e sanno cos’è l’amore. Bisogna fare molta attenzione: non c’è nessuna contraddizione tra l’amare qualcuno e ucciderlo, tra la Morte e l’Amore.

Di contro, le cosiddette vittime di questo tipo di assassini, sono individui che non hanno nessun interesse o riguardo per i sentimenti in generale, e anche meno per quelli del loro partner. Queste persone sono i veri mostri, e sì: se si guarda dalla giusta prospettiva (quella che prescinde dai vincoli biologici), queste persone meritano di morire.

Non va di moda dirlo, ma io me ne fotto, ed è ciò che – al di là dei meccanismi difettosi che contraddistinguono il raziocinio – ho la presunzione di sapere essere ciò che tutti, in verità, pensano. Un bicchiere di “Vino dell’Assassino” sarà sempre la mia offerta, il mio dono, a questi meravigliosi burattini che rincorrono l’amore fino al limitare della Notte, a prescindere da Dio o dal Diavolo.

La Quadratura del Cerchio

Un’anima pia – che raramente se ne trovano – s’è raccomandata, in sua assenza, ch’io mi lavassi e di non impiccarmi o altro. Ma cercando cose nell’ombelico, e con fare animalesco trovandone, mi rendo conto che già da un bel pezzo sono bello che impiccato ad un guinzaglio. Il padrone se n’è andato e io muoio di fame. E per quanto girando in tondo mi riesca di disegnare dei cerchi quasi perfetti non c’è verso di cavarne nemmeno un osso. Ma muoio fedele.

Tanto per dire.

Bla, bla, bla!, si. Ma l’amore non è quello che si pensa; “ti lascio andare perché ti amo”: quelle sono sciocchezze, finzioni; al massimo telenovelas. L’amore non può prescindere dall’oggetto con il quale si crea il contatto, sarebbe un paradosso; Satana ce ne scampi.

Sarebbe come dire al tiramisù “ti adoro, quindi non ti mangio”, e lasciarlo lì a marcire. No, non è così. Quella è… la cordialità; il matrimonio. Forse l’estetica. Quello che senza coscienza chiamiamo amore, qualunque cosa sia, è un’altra cosa. É il caso di smetterla con queste cialtronerie che non sono altro che delle uscite di sicurezza comode per amanti difettosi.

E poi cosa vuoi lasciare andare? “Vuoi” di volontà, dico. Quale volontà? Quella del cervello? Quella della ragione? Non c’è nessuna volontà. E comunque non servirebbe a niente perché tanto la notte ci sarà sempre una luna che sbuca da qualche parte, una canzone di merda, il paragrafo di uno stupido libro, il fruscio di un gatto qualunque che si appiattisce sulle foglie, un insetto silenzioso che si arrampica da qualche parte, o qualunque altra cosa che ti sussurra che è tutta un’incredibile bugia.

Hai voglia a disegnare cerchi. Quelli, alla fine, non quadrano mai.

Lost in Space

The metallic rain upon my face,
With my tired body I woke up from grace.

In this night of falling stars I made my bed,
But I’m still lay alone with noises in my head.

This voyage is making surely ill,
Nightmares are coming, I know they will.

I’m not living with remorse after left mother land,
But this empty space ahead will never give me strength.

But the spaceship is still going straight with right pace,
I know I’m the last man standing but I’m still lost in space.

Gianni Pintus

S-lego

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L’autunno 2017 insegna che i pezzi non si incastrano più come una volta; che le coincidenze non sono più fortuite, semmai lo fossero state; che, si: hai perso molto; che esiste la decrepitezza, la vecchiaia e la morte; che siamo morti e che nonostante questo ci ostiniamo a deambulare. Che sarebbe bene essere saggi e liberarsi del senso dell’Io; che però sarebbe stato bello, nonostante l’inferno o mille rinascite sfavorevoli.

Cape sante

– Che avete insomma, – gli disse una volta: – da andare sempre a guardare la santa Maddalena che regge il corpo del Salvatore nel quadro della Deposizione?
– E’ perchè ti somiglia, – aveva risposto Tiburzio.

Gretchen arrossì di piacere e corse allo specchio a verificare l’autenticità del paragone; si rese conto di avere gli occhi vellutati e lucenti, la fronte liscia e l’ovale del volto della santa.

– Allora è per questo che mi chiamate Maddalena e non Gretchen o Margherita, che è il mio vero nome?
– Precisamente, – rispose Tiburzio con aria imbarazzata.
– Non avrei mai creduto di essere così bella, – fece Gretchen: – e la cosa mi fa davvero felice, perchè così mi amerete di più.

Per qualche tempo l’animo della ragazza tornò sereno e dobbiamo ammettere che Tiburzio fece lodevoli sforzi per contrastare la sua folle passione. Fu preso dalla paura di diventare monomaniacale e, per dare un taglio alla sua ossessione, risolse di tornare a Parigi.

Théophile Gautier, Il vello d’oro

Caravaggio-Deposizione
Caravaggio – Deposizione

Quando la Città dorme… la Moda!

Quando la città dorme cammini a casaccio e incontri qualche turista, solitamente tedesco, che ancora si ostina a mettersi in posa. Osservi gli spazzini, quelli fortunati che sono di turno in Duomo: non fanno un cazzo; quelli in S. Babila uguale. Il metronotte, invece, è sempre allerta: scemi di guerra nati sono tra quelli che più si calano nella parte quando sono in servizio (quello dei metronotte è un fenomeno che andrebbe studiato a livello accademico). Ma poi ci sono loro: i manichini. Anzi le manichine. Almeno una volta l’anno mi capita di essere trascinato nella storia che hanno da raccontare… e allora le seguo, vetrina per vetrina. Da corso Vittorio Emanuele II, giù giù, fino al cuore della capitale della moda. E quanto più ti addentri nelle viuzze, tanto più capisci che non c’è merda più merda della “moda”. E poi ‘ste manichine… sembrano vere, sembrano proprio incarnare (implasticare, boh) la tristezza di ‘sti tempi merdosi e la presa per il culo che, in tempo si saldi estivi (apprendo), il loro padroncino sta meditando nei confronti delle spastiche/mongole che compreranno quella catasta di merda.

Le prime della serie sono le lesbo-manichine con la boccuccia a là Klaus Nomi di Max Mara. Tutte intente a parlare tra loro delle loro farfalle (dozzine e dozzine di farfalle… non avremo esagerato?) ti lasciano una sensazione mista tra Profondo Rosso e  Il Silenzio degli Innocenti.

La vetrina subito dopo è quella di Max & Co. Ma che bravi, vi siete messi vicini! Le sue manikine hanno gli occhietti chiusi (ma almeno ce l’hanno, è già qualcosa) che sembra stiano faccendo le vezzose:

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Ma il rigor mortis della manichina dopo ci rivela la verità: sono morte.

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Un terzo allestimento le vede indossare degli occhialetti da maniaco inglese. Alle spalle delle due protagoniste compare un terzo elemento che mi ricorda, non so perchè, un bradipo che irrompe inaspettato nella scena.

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Poi c’era ‘sto negozietto che non ricordo. Loro vendono robe giovani ai giovani. Notare infatti l’entusiasmo dei pupazzi. Specie la bambina, con le manine strette in quel modo così particolare che sembra quasi di sentire le bestemmie che le attraversano la testa.

L’unico negozio che s’è accorto che è estate e che in estate la gente va al mare ha piazzato un manichino mongol-spastiko. L’espressione inutilmente zen della faccia però è interessante.

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La vetrina del negozio dopo (sa’l cazzo come si chiamava) è l’emblema della tristezza che il mondo della moda rappresenta. Le sue manichine ispirate all’oriente hanno l’espressione tipica del pilota giapponese prossimo a schiantarsi con il suo bimotore su una portaerei americana.

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Un altro anonimo ha allestito ‘sta vetrina che pare come se… “We troie!”, e loro si girano giustamente.

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Ma l’altro allestimento (sempre dello stesso), è molto bello. Anche i vestiti qui sembrano accettabili; se non altro non è il solito pezzo di cotone cucito da un bambino cinese. Bravo anonimo!

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Lo sconosciuto della porta accanto propone anch’esso robe in stile giapponese. Qui la manichina è una real doll per necrofili da 20.000€, probabilmente. I vestiti sono ignobili, ma l’allestimento è notevole.

Qui il cellulare si scarica. Ma trovo il modo di farlo ripartire a forza perchè c’è lei:

Non c’è dubbio che questi dei negozi dovrebbero assumere quelli che fanno ‘sti pupazzi. Persino la vetrina della Disney fa venire voglia di Xanax… ma che è? C’era un manichino di un ragazzino antipatico. Non gli ho fatto manco la foto. Invece la pupazza qui sopra ispira, finalmente, qualcosa!

La batteria è schizzata da 1% al 14%, bene: posso fare ancora qualche scatto. Mi addentro allora in via della Spiga, ovvero: il cuore della merda e della presa per il culo alla gente!

Infatti appena entro nella merdosissima viuzza ci trovo i manichini di Moncler nello spazio (perchè??). Il primo è stato attaccato da un UFO, il secondo s’è impiccato. Giustamente: infatti quali piumini/stivali/giumbotti si aspettano di vendere a luglio?

Il sarto dirimpetto sembra voler proseguire il filone “alien in the space”. In uno show room fintamente grunge (ovvero uno sgabuzzino realmente diroccato facendo finta che era l’effetto voluto), il tizio cerca di venderci delle felpine, una camicetta e un vestitino con su una stampa di quelle che fa il fotografo per 5€. I manichini, appunto, hanno questo aspetto alienoide che ricorda l’espressione di chi, fissando il monitor del computer, si chiede tra quanti mesi arriveranno i vestiti appena comprati su Ali Express.

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Qualcuno pensa che le foto che faccio e poi ritocco siano desaturate apposta per togliere il colore. Invece no. Il grigio che si vede è il grigio che c’è. Mi ha stupito infatti la vetrina dopo, probabilmente la più bella. All’improvviso il colore. Un bell’allestimento, con forme semplici ma decise e colori vivaci ma ben accostati. Complimenti al vetrinista. Il sarto invece cerca di venderci la solita giacchetta di Paul McCartney. Rigorosamente scura, eh (del resto siamo a luglio).

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Va be dopo questa impennata di stile mi giro. Dolce e Gabbana. Seimila vetrine, 200 negozi, ovvero: il mistero dei misteri. Come facciano questi a vendere anche solo uno spillo non si può sapere. Se esiste qualcosa che può essere definito la sintesi della merdasekka, quello è D&G. Il livello estetico e qualitativo di quello che c’è in vendita è lo stesso di un China Market zona S. Siro. Non vale la pena nemmeno di consumare la batteria del cellulare.

Non le ritocco neanche. Una tovaglia di zia Milena spacciata per un vestito, e un’ignobile magliettina “Capri 10”. La magliettina (definita “top”) costerebbe 995€; inutile dire che con meno della metà vai direttamente a Capri, mangi, bevi, e ti compri la stessa magliettina probabilmente per 2€ mentre mangi le cozze sul lungomare.

Invece Krizia (ma è quella che è morta da poco?), affida la vendita di questo pregiato lenzuolo funebre (ecco), alla sua manichina dalla faccia di fregna:

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Il messaggio subliminale credo che sia “Se lo compri per 1180€ sei… fessa!”. Notare anche il richiamo alla più grande presa per il culo di tutti i tempi: i tagli di Fontana. Va be’, una merda colossale.

Faccio due passi e scopro che la Porsche ha sentito l’esigenza di esprimere la sua creatività con il marchio Porsche Design. Non che alla Porsche siano mai stati bravi col design eh (il maggiolino, e conseguentemente tutte le Porsche lol, l’ha disegnato Hitler… e da allora le idee buone scarseggiano, eh eh), ma perchè rovinarsi così? Computer (cinesi) marchiati Porsche; cellulari (cinesi) marchiati Porsche; orologi (svizzeri, ma brutti) marchiati Porsche. Poi: l’unica cosa che poteva andare bene, ovvero una Porsche (cioè la macchina), l’hanno conciata così:

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Sicuramente il CEO Porsche s’è fatto abbindolare da qualche minkiata di Lapo a qualche festa strana. Va be’, non venderanno un cazzo… Forse è il negozio più sfigato in mezzo a tutta quella merdaglia.

Che dire? Roccobarocco tenta di vendere un vestito “My Queen”; rigorosamente proposto al pubblico su un manichino che sta cagando. C’è poco da dire.

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Però, in mezzo a tanta robaccia che noi compravamo al mercato del sabato di viale Papiniano (tipo 20 magliette 10.000 lire, e così via), questo vestito (che in un mondo normale è il vestito della sciacquetta del saloon, nei film di far west lol…) fa un figurone. In realtà è sempre merda, ma per contrasto balza all’occhio e si distingue rispetto al resto delle truffe esposte nelle altre vetrine.

Se Roccobarocco caga, Byblos (di fronte) si da al pissing. Notare le mani, ma soprattutto i piedini! Che tenerezza: fa la pipì!

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Il vestito… Noi bambini sfortunati degli anni ’80 abbiamo avuto dozzine di k-way (il chiù-uéi, “portalo che piove!”… chi cazzo se l’è mai messo?) che avevano più o meno la stessa fantasia e anche la stessa lampo. Identica, l’una e l’altra. Non c’è nulla da dire, qui siamo al di sotto della fogna.

La via sta per finire e Monnalisa (chi cazzo è?) ci regala un po’ di colore. Tutto molto bello ma non se le metterà nessuno ‘ste cose. Io lo so, e tu lo sai Monnalisa. Va be’. Le manichine qui sono palesemente delle spie russe senza anima camuffate da bambine. Lo sguardo è quello di una Irina qualsiasi che aspetta di vederti morire avvelenato dal polonio messo nel sushi.

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Ormai sono in via Montenapoleone, ma via della Spiga mi sorprende ancora. In una vetrina di tal Pakerson (ovviamente penso subito a Parkinson, e non mi sbaglio di molto), ci sono in vendita queste scarpe… “molli”, non so come dire… probabilmente rubate al barbone che dorme sotto il portico di fianco.

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Adesso, chiunque abbia avuto uno zio alcolista o qualche parente che non stava bene, diciamo, le ha già viste, le conosce. Insomma, non raccontiamoci storie di design e invenzioni fantasmagoriche sullo stile… sono scarpe da barbone!!!

Come tutto il resto della robaccia che vendono, del resto: merda alla stato puro. Come le merde che la comprano. Però in tutto questo mi pare di intravedere una sorta di giustizia… Probabilmente questi bottegai sono dei supereroi che con l’inganno smerciano robe del mercato ai ricconi dei paraggi, facendogliele pagare a caro prezzo…

No, non è così.

Nibbāna

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“[…] Scesi qualche gradino di pietra e presi per il sentiero solitario. Questo, lentamente, scendeva. Era di terra battuta, in alto i rami si confondevano, la luna bassa e circolare sembrava accompagnarmi.” – Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano

“Ma in realtà cos’è il Nibbāna? Nibbāna significa non afferrare. Nibbāna significa non dare un significato alle cose. Nibbāna significa lasciare andare. Fare offerte e azioni meritorie, osservare i precetti morali, e meditare sulla gentilezza amorevole, tutto questo serve a liberarsi dalle contaminazioni e dalla brama, per rendere vuota la mente, vuota di autoriferimento, vuota di concetti di sé e di altro, una mente che non desideri niente, che non desideri essere né diventare niente.” – Ven. Ajahn Chah, Tutto Insegna

Chiaravalle

 

 

 

Così. Giusto una gitarella. Tutto d’un fiato, niente punto a capo. Visto che dopo trent’anni ho scoperto che l’abbazia di Chiaravalle è a 5km da casa mia, mi ci sono biciclettato; passando per quegli stessi campi che, la leggenda vuole, furono attraversati da un monaco (innumerevoli centinaia di anni fa) che, colto di notte da una tempesta improvvisa, bussando ad una cascina trovò rifugio e ospitalità. E allora disse “sia grata questa soglia!”. E quel luogo da allora si chiamò Gratosoglio. Embè, pedala pedala sono arrivato ad uno dei più ambiti luoghi per le gite delle scuole elementari: l’abbazia di Chiaravalle. Non so manco perchè da bambini pareva chissà che. Ma era bello: con la merenda “al sacco” che pareva una gran prelibatezza ed era invece un paninetto col prosciutto smorto, qualche biscottino che finiva sbriciolato e il succo di frutta alla pera Billy. Va be’ per fare una gitarella tra la campagna va bene. Poi uno prende e ritorna indietro. Pedala, pedala, tutto contromano. Chissà dove va tutta ‘sta gente che attraversa i campi in auto; non avrei mai detto tutto ‘sto traffico. Superi il fagiano spiaccicato sull’asfalto e ripensi alla nutria dell’altro giorno, spiaccicata anch’essa; per un attimo ti rendi conto che la nutria, adesso, potresti essere tu. E poi niente, riprendi la via Quintosole (che fa molto Urania) e ritorni alle stradine per i campi. Ma questa volta ci trovi un contadino che dice: “eh beh? Questa è proprietà privata”. E la soglia non è più grata, insomma. Cambiano i tempi. Per questa volta passo, si vede che sono una brava persona dice (occhio lungo lui! Non sa che rompicoglioni ha incontrato oggi e che ho già contattato la regione per sapere s’è vero che è proprietà privata). Ma poi basta. Non si passa più per i campi. Peccato contavo di fare altre 10.000 foto di alberi e cespugli, ma è vietato. Dovrò rinunciare anche al piano di crearmi una piazzola abusiva in mezzo al granoturco dove prendere il sole nudo. Quindi niente: devo tornare alla città. Ripedalerò come una volta – per tante volte – sulla via Bazzi allora, dove ci sono le puttanelle giovani: quella con l’occhietto furbo furbo e quella col culo grosso e bello sotto la pensilina della 79. Pazienza.