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Meteore

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Un dialogo tra Nulla e Nessuno

– “Che cos’è la vecchiezza?”, chiese Nulla. Nessuno rimase in silenzio per pochi interminabili secondi, poi inspirò brevemente e disse:

– “Siamo noi. Noi che col tempo abbiamo imparato a non sapere niente e di questo niente sapere ci veliamo di una vaga parvenza di saggezza che lascia quasi intendere che noi, invece, si sappia. Questa, figlia mia, è la vecchiezza. La vecchiezza è la scorza dura che si contrappone alla carne viva della rassegnazione e che, con il passare del tempo, diventa decrepitezza.”

– “È dunque meglio la rassegnazione?”

Un topo in fuga fece traballare i ferri per il camino che produssero un suono acuto che come un diapason, e in totale accordo con il crepitare della legna, diede il la alla risposta di Nessuno:

– “No di certo. La rassegnazione è una ferita aperta, sempre dolorante e sanguinolenta. È il nido dove gli insetti più disgustosi depongono le loro uova. È un banchetto per le larve. Chi si rassegna muore presto e spesso in preda al delirio indotto dalle promesse di un sogno mancato dove, ad esempio, lei è eternamente giovane ad aspettarlo, in una visione di felicità che non corrisponde già più da molto al vero sentire interiore. Chi si rassegna è un morto che cammina e quindi muore due volte.”

– “Allora è di certo meglio la decrepitezza!”

– “Nemmeno. La decrepitezza conduce presto alla malattia e quindi anch’essa alla morte. Malato e decrepito l’uomo osserva l’ io e il mio disfarsi giorno dopo giorno, osserva le particelle staccarsi dal suo e dagli altri corpi come coriandoli; da questa visione ne ha dolori e da questi dolori altre visioni. Visioni di antichi sogni perduti dove, ad esempio, lei gli promette amore eterno ma, dalla tomba in cui ella giace da tempo, dimentica di chiamare la sua voce o a lui tornare, anche solo sotto forma di spettro. E da questo dolore ne ha sempre più decrepitezza e malattia.”

– “Cosa è dunque meglio?”, chiese perplessa Nulla a Nessuno.

Nessuno, ripensando a quella volta in cui un gingillo di vanità tra le mani di una prostituta di Rénnes aveva per sbaglio riflesso l’immagine del suo occhio sinistro, aprì piano le labbra sottili. La lingua si sollevò fino a toccare i denti incisivi superiori e poi quelli inferiori. Per due volte. Da questo movimento, attraverso l’aria soffiata dai polmoni, una parola vibrò nell’aria e spaventò molto Tutto che, segretamente, aveva origliato la conversazione attraverso la porta:

– “Niente.”

 

Niente