Quando la Città dorme… la Moda!

Quando la città dorme cammini a casaccio e incontri qualche turista, solitamente tedesco, che ancora si ostina a mettersi in posa. Osservi gli spazzini, quelli fortunati che sono di turno in Duomo: non fanno un cazzo; quelli in S. Babila uguale. Il metronotte, invece, è sempre allerta: scemi di guerra nati sono tra quelli che più si calano nella parte quando sono in servizio (quello dei metronotte è un fenomeno che andrebbe studiato a livello accademico). Ma poi ci sono loro: i manichini. Anzi le manichine. Almeno una volta l’anno mi capita di essere trascinato nella storia che hanno da raccontare… e allora le seguo, vetrina per vetrina. Da corso Vittorio Emanuele II, giù giù, fino al cuore della capitale della moda. E quanto più ti addentri nelle viuzze, tanto più capisci che non c’è merda più merda della “moda”. E poi ‘ste manichine… sembrano vere, sembrano proprio incarnare (implasticare, boh) la tristezza di ‘sti tempi merdosi e la presa per il culo che, in tempo si saldi estivi (apprendo), il loro padroncino sta meditando nei confronti delle spastiche/mongole che compreranno quella catasta di merda.

Le prime della serie sono le lesbo-manichine con la boccuccia a là Klaus Nomi di Max Mara. Tutte intente a parlare tra loro delle loro farfalle (dozzine e dozzine di farfalle… non avremo esagerato?) ti lasciano una sensazione mista tra Profondo Rosso e  Il Silenzio degli Innocenti.

La vetrina subito dopo è quella di Max & Co. Ma che bravi, vi siete messi vicini! Le sue manikine hanno gli occhietti chiusi (ma almeno ce l’hanno, è già qualcosa) che sembra stiano faccendo le vezzose:

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Ma il rigor mortis della manichina dopo ci rivela la verità: sono morte.

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Un terzo allestimento le vede indossare degli occhialetti da maniaco inglese. Alle spalle delle due protagoniste compare un terzo elemento che mi ricorda, non so perchè, un bradipo che irrompe inaspettato nella scena.

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Poi c’era ‘sto negozietto che non ricordo. Loro vendono robe giovani ai giovani. Notare infatti l’entusiasmo dei pupazzi. Specie la bambina, con le manine strette in quel modo così particolare che sembra quasi di sentire le bestemmie che le attraversano la testa.

L’unico negozio che s’è accorto che è estate e che in estate la gente va al mare ha piazzato un manichino mongol-spastiko. L’espressione inutilmente zen della faccia però è interessante.

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La vetrina del negozio dopo (sa’l cazzo come si chiamava) è l’emblema della tristezza che il mondo della moda rappresenta. Le sue manichine ispirate all’oriente hanno l’espressione tipica del pilota giapponese prossimo a schiantarsi con il suo bimotore su una portaerei americana.

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Un altro anonimo ha allestito ‘sta vetrina che pare come se… “We troie!”, e loro si girano giustamente.

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Ma l’altro allestimento (sempre dello stesso), è molto bello. Anche i vestiti qui sembrano accettabili; se non altro non è il solito pezzo di cotone cucito da un bambino cinese. Bravo anonimo!

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Lo sconosciuto della porta accanto propone anch’esso robe in stile giapponese. Qui la manichina è una real doll per necrofili da 20.000€, probabilmente. I vestiti sono ignobili, ma l’allestimento è notevole.

Qui il cellulare si scarica. Ma trovo il modo di farlo ripartire a forza perchè c’è lei:

Non c’è dubbio che questi dei negozi dovrebbero assumere quelli che fanno ‘sti pupazzi. Persino la vetrina della Disney fa venire voglia di Xanax… ma che è? C’era un manichino di un ragazzino antipatico. Non gli ho fatto manco la foto. Invece la pupazza qui sopra ispira, finalmente, qualcosa!

La batteria è schizzata da 1% al 14%, bene: posso fare ancora qualche scatto. Mi addentro allora in via della Spiga, ovvero: il cuore della merda e della presa per il culo alla gente!

Infatti appena entro nella merdosissima viuzza ci trovo i manichini di Moncler nello spazio (perchè??). Il primo è stato attaccato da un UFO, il secondo s’è impiccato. Giustamente: infatti quali piumini/stivali/giumbotti si aspettano di vendere a luglio?

Il sarto dirimpetto sembra voler proseguire il filone “alien in the space”. In uno show room fintamente grunge (ovvero uno sgabuzzino realmente diroccato facendo finta che era l’effetto voluto), il tizio cerca di venderci delle felpine, una camicetta e un vestitino con su una stampa di quelle che fa il fotografo per 5€. I manichini, appunto, hanno questo aspetto alienoide che ricorda l’espressione di chi, fissando il monitor del computer, si chiede tra quanti mesi arriveranno i vestiti appena comprati su Ali Express.

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Qualcuno pensa che le foto che faccio e poi ritocco siano desaturate apposta per togliere il colore. Invece no. Il grigio che si vede è il grigio che c’è. Mi ha stupito infatti la vetrina dopo, probabilmente la più bella. All’improvviso il colore. Un bell’allestimento, con forme semplici ma decise e colori vivaci ma ben accostati. Complimenti al vetrinista. Il sarto invece cerca di venderci la solita giacchetta di Paul McCartney. Rigorosamente scura, eh (del resto siamo a luglio).

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Va be dopo questa impennata di stile mi giro. Dolce e Gabbana. Seimila vetrine, 200 negozi, ovvero: il mistero dei misteri. Come facciano questi a vendere anche solo uno spillo non si può sapere. Se esiste qualcosa che può essere definito la sintesi della merdasekka, quello è D&G. Il livello estetico e qualitativo di quello che c’è in vendita è lo stesso di un China Market zona S. Siro. Non vale la pena nemmeno di consumare la batteria del cellulare.

Non le ritocco neanche. Una tovaglia di zia Milena spacciata per un vestito, e un’ignobile magliettina “Capri 10”. La magliettina (definita “top”) costerebbe 995€; inutile dire che con meno della metà vai direttamente a Capri, mangi, bevi, e ti compri la stessa magliettina probabilmente per 2€ mentre mangi le cozze sul lungomare.

Invece Krizia (ma è quella che è morta da poco?), affida la vendita di questo pregiato lenzuolo funebre (ecco), alla sua manichina dalla faccia di fregna:

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Il messaggio subliminale credo che sia “Se lo compri per 1180€ sei… fessa!”. Notare anche il richiamo alla più grande presa per il culo di tutti i tempi: i tagli di Fontana. Va be’, una merda colossale.

Faccio due passi e scopro che la Porsche ha sentito l’esigenza di esprimere la sua creatività con il marchio Porsche Design. Non che alla Porsche siano mai stati bravi col design eh (il maggiolino, e conseguentemente tutte le Porsche lol, l’ha disegnato Hitler… e da allora le idee buone scarseggiano, eh eh), ma perchè rovinarsi così? Computer (cinesi) marchiati Porsche; cellulari (cinesi) marchiati Porsche; orologi (svizzeri, ma brutti) marchiati Porsche. Poi: l’unica cosa che poteva andare bene, ovvero una Porsche (cioè la macchina), l’hanno conciata così:

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Sicuramente il CEO Porsche s’è fatto abbindolare da qualche minkiata di Lapo a qualche festa strana. Va be’, non venderanno un cazzo… Forse è il negozio più sfigato in mezzo a tutta quella merdaglia.

Che dire? Roccobarocco tenta di vendere un vestito “My Queen”; rigorosamente proposto al pubblico su un manichino che sta cagando. C’è poco da dire.

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Però, in mezzo a tanta robaccia che noi compravamo al mercato del sabato di viale Papiniano (tipo 20 magliette 10.000 lire, e così via), questo vestito (che in un mondo normale è il vestito della sciacquetta del saloon, nei film di far west lol…) fa un figurone. In realtà è sempre merda, ma per contrasto balza all’occhio e si distingue rispetto al resto delle truffe esposte nelle altre vetrine.

Se Roccobarocco caga, Byblos (di fronte) si da al pissing. Notare le mani, ma soprattutto i piedini! Che tenerezza: fa la pipì!

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Il vestito… Noi bambini sfortunati degli anni ’80 abbiamo avuto dozzine di k-way (il chiù-uéi, “portalo che piove!”… chi cazzo se l’è mai messo?) che avevano più o meno la stessa fantasia e anche la stessa lampo. Identica, l’una e l’altra. Non c’è nulla da dire, qui siamo al di sotto della fogna.

La via sta per finire e Monnalisa (chi cazzo è?) ci regala un po’ di colore. Tutto molto bello ma non se le metterà nessuno ‘ste cose. Io lo so, e tu lo sai Monnalisa. Va be’. Le manichine qui sono palesemente delle spie russe senza anima camuffate da bambine. Lo sguardo è quello di una Irina qualsiasi che aspetta di vederti morire avvelenato dal polonio messo nel sushi.

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Ormai sono in via Montenapoleone, ma via della Spiga mi sorprende ancora. In una vetrina di tal Pakerson (ovviamente penso subito a Parkinson, e non mi sbaglio di molto), ci sono in vendita queste scarpe… “molli”, non so come dire… probabilmente rubate al barbone che dorme sotto il portico di fianco.

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Adesso, chiunque abbia avuto uno zio alcolista o qualche parente che non stava bene, diciamo, le ha già viste, le conosce. Insomma, non raccontiamoci storie di design e invenzioni fantasmagoriche sullo stile… sono scarpe da barbone!!!

Come tutto il resto della robaccia che vendono, del resto: merda alla stato puro. Come le merde che la comprano. Però in tutto questo mi pare di intravedere una sorta di giustizia… Probabilmente questi bottegai sono dei supereroi che con l’inganno smerciano robe del mercato ai ricconi dei paraggi, facendogliele pagare a caro prezzo…

No, non è così.

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