Il morto

Il terrore e la paura che provai quando il morto irrigidì la sua mano, come in un estremo saluto da un gelido altrove che da sempre terrorizza e fa gelare il sangue ai vivi, fu secondo solo alla pelosa sorpresa che ne seguì. Un piccolo ragno, nero come la notte, si fece strada attraverso le sue labbra viola. Liberatosi dalla sua improbabile tana fece qualche movimento trascurabile. Andò poi a posarsi sul mento del morto e se ne stette lì immobile, come una parola indecifrabile e impronunciabile che, nell’attimo estremo, si incarna e scivola fuori come un rivolo di bava, a completare segretamente la ragnatela confusa della vita.

“Cosa hai visto signor morto? Cosa ti fa freddo?” – pensai. “È il nulla che da forma a ciò che ci ostiniamo a chiamare tutto? È la notte eterna?”. L’odore dell’ammoniaca, al quale non sarei mai riuscito ad abituarmi – almeno questo è quello che pensavo allora –, mi pungeva le narici e si faceva strada fin dentro al cervello. Girai il cadavere.

“Hai visto iddio? Il Diavolo ha chiesto conto dei tuoi debiti?” – inutile: non me l’avrebbe mai detto e lo sapevo. E se l’avesse fatto sarebbe stata un’ignobile menzogna, una storia grottesca ed esagerata di quelle che raccontano i marinai: la sua pelle tatuata aveva infatti parlato per lui e l’aveva tradito. Ma tra storie di mare, passioni e ammonimenti, la pelle del morto mi comunicò un ultimo mistero. Per chissà quale motivo la mia attenzione fu attratta da un tatuaggio insignificante sulla sua spalla sinistra. Non aveva nulla di speciale, non era colorato come gli altri, ma nella sua essenzialità risultava ermetico. Una lettera.

“È dunque questo il segno del Diavolo, morto? È a lui che hai consegnato l’anima quando la corda s’è stretta intorno al tuo collo?”. Lo rigirai ancora una volta e preparai gli strumenti. Stavo per lasciare il campo della speculazione per tornare a essere ciò che veramente ero: un uomo di scienza. Iniziava, ancora una volta, la mia fredda analisi nei segreti del corpo umano. Ma la consapevolezza che c’era qualcosa che non avrei mai potuto sezionare con il bisturi, tagliare con la forbice, od osservare con gli strumenti ottici, mi dava un senso d’impotenza ed estremo imbarazzo. Non avrei mai saputo a quali ricordi era associato quel tatuaggio; non avrei mai saputo a quale ideale, a quale città o a quale persona era appartenuta quell’iniziale. Soprattutto non avrei mai saputo quante volte il suo cuore aveva battuto di passione, se avesse vibrato di nostalgia per la sua terra lontana o quanto avesse amato quella donna con tutta la sua anima. In verità ero divenuto cosciente del fatto che tanto più scavavo dentro quel corpo, quanto più lo facevo a pezzetti, tanto meno avrei saputo.

Iniziai ad incidere il torace mentre il mio occhio, fuori dal mio controllo, continuava a fissarsi sulla lettera S. Quello che imparai quella volta è che tutto ciò che possiamo sapere è che non possiamo sapere tutto.

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