Resoconto rinvenuto tra le pagine di un libro

dal diario di Messier Rumbleon

Il giorno ventitre del mese di settembre 1899 io, Gustave Theodore Rumbleon, mi trovavo presso la Biblioteca Imperiale di Sarprech a svolgere, come di consueto, il mio lavoro di ricerca sui fungi apini. Mentre consultavo un antico volume trovai custodite in esso alcune carte. Mi apparve chiaro sin da subito che si trattava delle pagine strappate di un diario. Riporto di seguito quello che vi era scritto, avvisando sin da subito il lettore che la narrazione è priva di un inizio e anche di una fine visto che, per l’appunto, si trattava solo di alcune pagine di quello che pareva essere un resoconto ben più ampio. Ne riporto il contenuto in quanto si tratta di materiale bizzarro che sicuramente stimolerà la fantasia di alcuni e la curiosità di altri. Se non altro perché a oggi non è ancora dato sapere a quale spedizione marittima siano riferiti i fatti né il vero nome delle località citate visto che non risultano su nessuna mappa.

RESOCONTO RINVENUTO TRA LE PAGINE DI UN LIBRO

[…] Al terzo giorno di navigazione approdammo ad uno scoglio in mezzo al mare detto Rauco o Isola dei Grampi. Il capitano Albion si guardò misteriosamente attorno e poi disse che sì: doveva essere proprio quello il luogo in cui si trovava prigioniera la principessa Shila. Evviva!, finalmente l’avremmo salvata. Ma dopo innumerevoli giorni di navigazione eravamo stremati dalla fame e dalla sete; le nostre misere provviste infatti erano finite da un pezzo. Sfortunatamente non c’erano fonti alle quali abbeverarsi su Rauco ma, fortunatamente, c’era un temporale in vista.

Piovve. Riempimmo le nostre borracce e ci dissetammo in abbondanza. Ma la fame continuava a svuotarci delle nostre forze e il nostro animo, attimo dopo attimo, diventava sempre più sottile e fragile. Mentre esploravamo quell’arido scoglio più di un uomo fu preso dallo sconforto; qualcuno pianse pensando alla famiglia che non avrebbe più rivisto, qualcun altro si lasciò andare a una vera e propria crisi isterica, subito messa a tacere a suon di schiaffoni dal capitano Albion in persona.

Sapevamo che la principessa doveva trovarsi lì da qualche parte e questo ci rendeva estremamente felici ma eravamo terribilmente preoccupati perché la verità era che con cinque giorni di navigazione non saremmo stati in grado di ritornare al nostro porto, viste le condizioni, e non avremmo nemmeno potuto provvedere al sostentamento della principessa. Potevamo solo sperare di cacciare o pescare qualcosa prima di ripartire ma non avevamo più con noi le nostre armi o altri utensili: tutto era andato perduto quando ci eravamo ritrovati nel bel mezzo di un temibile et burrascoso uragano. La situazione, insomma, era molto critica: eravamo lì per prestare soccorso ma ne avevamo bisogno a nostra volta. Ma avevamo promesso di salvare la principessa Shila e avremmo cercato di farlo a tutti i costi. Anche se la fame ci tagliava da dentro. Come avremmo voluto affondare i denti dentro un bel cosciotto d’agnello!

Anche se non lo dava a vedere il capitano era molto preoccupato. Avevo imparato a leggere la sua mimica facciale negli anni passati insieme per mare e ora i tratti del suo viso gridavano a gran voce “salcha garga!” che, tradotto dal gerlano-valentino significava approssimativamente: “maledizione infausta!”.

Dopo un’interminabile ricerca il giovane Bartholomew Malamais indicò al resto della spedizione un punto in mezzo a dei massi non dissimile dal resto del limitatissimo territorio di quello sperduto scoglio in mezzo all’oceano. Ma aguzzando la vista era possibile scorgervi una rientranza. Ci recammo presso il luogo indicato dal giovane marinaio e potemmo vedere che si trattava del minuscolo ingresso di una grotta di discrete dimensioni. Al rumore dei nostri stivali fece eco un suono che pareva avere delle caratteristiche umane. Un singulto!

Un uomo collassò privo di forze. La fame stava per fare una nuova vittima.

Albion si fece strada con la torcia e noi lo seguimmo ma subito ci intimò di aspettarlo lì. Ci guardammo negli occhi e ubbidimmo.

Sentivamo i passi lontani del capitano che si faceva strada nei meandri della grotta. Mentre aspettavamo un uomo caricò la sua pipa con della sterpaglia secca trovata lì per terra. Un altro tirò fuori un ritratto della principessa Shila. Ci mettemmo tutti intorno a lui perché fra noi molti, compreso il sottoscritto, non l’avevano mai veduta. Rimasi un po perplesso. Era… grassa. Molto grassa. Non era per niente quella leggiadra creatura della quale tutti parlavano. Aveva qualcosa di terribilmente sgraziato, persino disgraziato, direi. I suoi lineamenti disegnavano, senza alcun’ombra di dubbio le fattezze di una persona che poteva essere definita, senza troppi giri di parole, brutta.

Non nascondo che per un attimo, pensando a tutta la fatica che avevamo fatto, la mia mente mi suggerì un pensiero del quale mi vergognai profondamente. Ma quali che fossero le nostre parole e i nostri dubbi furono ben presto interrotti da un suono proveniente dalle viscere della terra: un urlo! O almeno così parve a molti di noi. Possibile? Eravamo incerti: forse si era trattato del verso di qualche animale… ma a tutti noi era sembrato proprio il grido improvviso e disperato di una donna in pericolo. Seguirono vari rumori confusi. Poi sentimmo dei colpi di pietra e infine il rumore distinto di una pesante spada che affondava la sua lama in qualcosa di morbido. Era Filindilarda, la spada del capitano; su questo non ci potevano essere dubbi.

Il vice secondo mozzo portò la mano vicino alla bocca e gridò in direzione delle tenebre: “Cosa succede capitano? Stiamo venendo in vostro soccorso!”. Ma subito la voce possente e rauca di Albion gli fece eco: “Non muovetevi! E’ un ordine. Va tutto bene, sto risalendo…”.

Da lì a poco udimmo i passi del capitano che si dirigeva verso di noi. Lo vedemmo arrancare con un grosso fagotto tenuto insieme alla bella meglio. Eravamo tutti stupiti e lo fummo ancora di più quando lo buttò a terrà davanti a noi: “La principessa non c’era ma ho trovato una specie di maiale selvatico – disse – Finalmente potremo nutrirci miei uomini! Philibert: accendi il fuoco!”.

Rimanemmo tutti in silenzio finchè l’arci commodoro Filinberg non iniziò a parlare: “Che pelle liscia questo maiale capitano… Così curata…”. Albion ci guardò tutti e pronunciò le seguenti parole: “Temo che la principessa ormai sia perduta. Abbiamo fatto del nostro meglio, uomini. Non ci resta che nutrirci e sperare che questo ben di Dio ci basti per riattraversare l’immenso unt eterno oceano al quale abbiamo sacrificato le nostre forze e le nostre speranze”.

Sembrava come se ognuno di noi fosse cosciente di una verità che non osava, non poteva e, in fondo, non voleva pronunciare. Tacemmo.

Philibert accese il fuoco e ognuno di noi aiutò a radunare i pezzi del maiale appena macellato da Albion. Di tanto in tanto qualcuno fissava il suo sguardo su questo o quel dettaglio anatomico facendo finta di stupirsi di fronte a quelle forme così delicate e un po’ troppo rosee per un maiale selvatico. Mangiammo abbondantemente e con gusto quell’ottima carne. Che io ricordi non ho mai mangiato carne di maiale così buona in tutta la mia vita. Fu un pasto regale.

Il giorno dopo Gustave Peyotte… […]

***

Qui si interrompe, ahimè, questa bizzarra cronaca. Ora non so dire se si tratti di una storia vera o piuttosto del delirio di qualche alienato. Sta di fatto che tutto questo sembra suggerire alla mia mente una serie indeterminata di pensieri. Ma non è di certo compito di un modesto curioso come me approfondire eventuali pensieri sull’etica, la morale e le meccaniche della mente umana in situazioni di estremo bisogno.

Mi limiterò a dire che… oh! Madame Ivette mi chiama. E’ pronta la cena. Tortellini di Bologna con retrogusto di satanacchia, pare… eh, eh, eh…

G.T. Rumbleon – Gôgne sur la Mére, 25 Settembre 1889

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2 pensieri riguardo “Resoconto rinvenuto tra le pagine di un libro

  1. Credo sia il più bello o tra i più belli che tu abbia scritto fino ad adesso, secondo me. Spesso il divagare può essere confuso ma questa volta in questo nuovo labirinto non mi sono persa. Gradevole, che l’ho anche riletto più volte.

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