Una Spremuta di Satanacchia

PROLOCO

Gôgne sur la Mére è un ridente paesino sul versante occidentale della Bretagna. Contraddistinto dalle mura medioevali che fiere hanno resistito alla prova dei secoli tumultuosi, nel corso del tempo è stata teatro di innumerevoli fatti di apparente minore importanza che hanno tuttavia determinato il corso degli eventi in quell’intricata e a volte confusa trama che lo studioso è solito chiamare Storia. Dove c’è la storia ci sono anche i personaggi e Gôgne sur la Mére vanta di aver dato i natali, di aver ospitato e di essere stata testimone nei modi più disparati, della presenza dei più illustri condottieri e delle dame più belle. Tuttavia la targa commemorativa che è stata appesa alla sala principale della proloco non celebra nessun principe o re, ma due dei più curiosi cittadini ai quali la cittadina ebbe l’onore di dare l’ospitalità. Complice il presidente in carica – stretto amico dei due – e il clamore suscitato dagli eventi, il mezzo busto dedicato alla fugace visita di Garibaldi fu quindi velocemente fatto sparire per fare posto alle cangianti parole dedicate all’ingegno di messier Rumbleon e del signor Süssberg.

PROLOGO

La signora De Lafontaine era intenta a pelare le patate quando lo scricchiolìo delle ruote sulla ghiaia annunciò l’arrivo del messo postale. Diede una veloce sbirciata attraverso le tende della finestrella del cucinino mentre con uno strofinaccio si puliva velocemente le mani.

– “Din don dan madame Ivette, la posta!”, annunciò una voce cordiale e carica di brio.

– “Ah sempre di buon umore voi, mio caro”

– “Certamente mia dolce Ivette. La vita è un dono prezioso e bisogna essere capaci di goderne appieno

– “La vita è uno schifo mio caro Philippe. Lo pensereste anche voi se foste costretto a essere lo schiavo di un ricco pazzo, confinato giorno e notte in questo cucinino puzzolente infestato da cimici e ratti.”

– “Oh suvvia non dite cosí! Alla nostra età sappiamo bene quali sono le regole non scritte della vita. Dobbiamo essere in grado di saper cogliere la bellezza e la gioia nelle piccole cose…”

– “Sarà Philippe, sarà… Ma io quell’uomo lo odio!”, disse Ivette.

– “Ma perchè mai? Certo è un po’ eccentrico, a volte burbero ma, credetemi madame, so di membri della servitù che sono stati molto più sfortunati! E poi vedete? Non deve essere un così cattivo diavolo se c’è qualcuno che si da pena di fargli recapitare con una consegna speciale un dono come questo!”.

– Così dicendo Philippe mostrò a madame De Lafontaine un pacco di discrete dimensioni, elegantemente avvolto in carta pompadour color beige.

– “Di cosa si tratta?”, disse madame Ivette mettendo da parte i suoi pensieri.

Un pacco proveniente dall’Italia da parte del signor Süssberg per messier Rumbleon. Vedete? E’ stato spedito ieri sera con servizio espresso. La spedizione non sarà costata meno di dieci-dodici denari!”

Cosa potrebbe essere?”

Così a occhio e croce direi una specialità culinaria… Vedete?” – disse il postino indicando il marchio che compariva proprio vicino agli eleganti nastrini di chiffon rosa – “Questo è il marchio della bottega che ha confezionato il pacco. E il mio italiano è sufficientemente buono per capire che deve trattarsi di un pastificio…”

Ah bene! Vedete? Altro lavoro per me! Suvvia se si tratta di alimenti ho il dovere e l’ordine di aprire il pacco”.

Così dicendo Ivette tirò fuori da sotto il tavolo un grosso coltello da cucina con il quale in un attimo liberò il misterioso pacco dai nastri che lo tenevano chiuso. Con il fare pratico che contraddistingue il lavoratore esperto tolse anche la carta e aprì la scatola.

Tortellini… che vi avevo detto?” disse Philippe

Altro lavoro per me… che vi avevo detto?”, rispose Ivette.

INTRODUZIONE

Allora: alla fine del ‘700 inizi dell’800, all’epoca in cui Parigi era la capitale del mondo, quando una donna aveva un amante – di solito un baldo ragazzotto ben più giovane, in rapporto due a uno diciamo – ed era particolarmente provata dalle ristrettezze imposte dalla vita coniugale, questa, recandosi in farmacia, si faceva preparare una certa mistura che le veniva poi consegnata in una certa boccetta color viola agghindata da un elegante fiocchetto rosso tenuto fermo da una goccia di ceralacca. Tra le più frequentate botteghe dove era possibile reperire questo infausto medicamento spiccavano la farmacia del dr. Champillon e la Drogheria Dupont sulla Rue du Moine; quest’ultima era spesso preferita alla prima perché isolata dalle principali strade e ben nascosta sotto un colonnato scarsamente illuminato anche nelle migliori giornate estive e che garantiva un certo anonimato. Per le stesse ragioni era evitata da altre gentili dame che preferivano non arrischiarsi per quelle oscure e malfamate stradine, preferendole quindi la prima.

Ora: poniamo il caso che il preparato in questione fosse la versione moderna – destinata alle signore appartenenti alle classi più agiate – di un’antica pozione che se debitamente miscelata con olio di lino e capperi funzionava come base per un potentissimo veleno inodore, incolore e insapore; immaginiamo che fosse diffusa da molto tempo tra il popolo, la gente comune; voila! A questo punto basterebbe aggiungere che era anche detta Satanacchia o l'”ammazzatopi” e al lettore non resterebbe che sfogliare un qualunque vecchio erbolario per ricavarne la ricetta in tutte le sue più comuni varianti, compresa quella diffusa nella zona di Lylle (che prevedeva un utilizzo spropositato di grano Carlotta fermentato in sostituzione al farro. Ma tant’è: il risultato era sempre lo stesso medesimo sin dai tempi di Luigi IX – cioè a quando è attestato l’inizio del suo utilizzo in questa forma – nessuno s’era mai lamentato per la variazione nell’ingrediente, nè tra le cuoche, né tra i commensali).

Originariamente l’ammazzatopi era stato impiegato con successo per sterminare i ratti durante l’epidemia di peste che aveva reclamato decine di migliaia di vite a cavallo tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo, da qui il nome. Il suo secondo più diffuso appellativo, Satanacchia, se l’era meritato in quanto sin da subito era stato impiegato dai più scaltri assassini, pretendenti al trono, ignobili puttane e traditori di tutta Francia che in lui avevano trovato un diabolico ed efficace alleato per portare a compimento i loro crimini. Tra le vittime più illustri ci furono il principe Filippo di Champagna e il Conte d’Erlétte il cui caso fu ricordato per molto tempo per i raccapriccianti dettagli relativi alle torture inflitte alla domestica che aveva offerto alla contessa la sua colpevole complicità, e la cui confessione (tardiva ma ricca di prove e dettagli scandalosi) garantì una pena esemplare per la nobildonna e l’incarceramento a vita nella torre d’Eustâche per la servetta compiacente.

That’s it, ecco quindi a grandi linee la storia del temibile liquido che, al di là di qualsiasi ragionevole previsione, finí per accompagnare erroneamente i pensieri di Gustave Theodore Rumbleon, proconsole di Avalacchia e primo gran maestro del Coro della Sacra Confraternita dei Pellegrini Erranti di Gôgne sur la Mére. Mentre osservava un piatto di tortellini di Bologna cucinati alla cacciatora, per la precisione, e ricevuti in dono da Bertrand De Süssberg, primo consigliere dell’arciduca de la Papardelle, Magister Superior dei territori de La Rochelle e Flichétte.

I FATTI

Occorre a questo punto delineare brevemente una descrizione di messier Rambleon per far sì che anche il lettore più dotato sul piano della scaltrezza intellettuale non sia tratto in inganno dalla cronaca degli eventi che ebbero luogo quella sera a Palazzo Champeliér, e non scambi il nostro protagonista per un provincialotto qualsiasi o, che so?, per una persona non particolarmente sveglia. Au contraire! Messier Rambleon, uomo posato ed educato, persona dotata di una certa eccentricità che lo rendeva antipatico ad alcuni e suscitava una certa indifferenza in altri, era un vero asso del ragionamento analitico o, come lo chiamava lui, l’arte dell’addizione. Sosteneva Rambleon che qualsiasi ragionamento logico poteva portare alla risoluzione di una data questione solo se a questo si applicava un semplice schema matematico che aveva come base l’addizione; in sostanza il ragionamento doveva articolarsi in vari passaggi ai quali si aggiungeva, di volta in volta, un elemento nuovo in serie di tre e poi due elementi nuovi per un singolo passaggio; poi di nuovo un elemento per tre passaggi e così via. Questo procedimento logico sembrava funzionare sempre e si era dimostrato apparentemente infallibile in più occasioni; era stato utilizzato anche nella risoluzione di alcune vicende criminose che erano venute all’attenzione della Gendarmerie Royale e per il suo prezioso contributo il proconsole ricevette persino delle onoreficenze. O almeno questo è quanto sosteneva Rambleon. I suoi detrattori non mancavano mai, ogni volta che ne avevano occasione, di mettere in dubbio le mirabolanti avventure di cui era solito vantarsi. Ma, a onor del vero, occorre dire che nel pittoresco paese di Gôgne sur la Mére esisteva più di un circolo per gentiluomini nel quale si radunavano intellettuali e appassionati di scienza che si dilettavano con enigmi scientifici e matematici di ogni sorta; si potrebbe dire tranquillamente che il “ragionamento logico” fosse una moda all’epoca e a Gôgne sur la Mére aveva preso particolarmente piede; ecco perchè le critiche che venivano mosse a Rambleon non dovrebbero essere prese troppo in considerazione: l’invidia è uno dei principali sospettati se si tratta di capire le ragioni di queste critiche, tanto più se si tiene conto del fatto che messier Rambleon – scapolo per scelta, grande appassionato di arte e fine conoscitore di qualsiasi impresa militare dell’Impero sin dai tempi di Carlo Magno – era una delle migliori menti. L’unico capace di rivaleggiare con lui era il consigliere dell’Arciduca, Bertrand De Süssberg.

E i due rivaleggiavano, eccome! La loro era una partita sempre aperta. Diversamente da quanto avveniva durante le sfide regolari nei circoli, dove la prova veniva sottoposta allo sfidante in maniera “ufficiale” e fornendo gli elementi necessari per poter iniziare l’investigazione, tra Rambleon e Süssberg esisteva una sorta di tacito accordo in base al quale qualsiasi interazione da parte dell’altro era l’inizio di una nuova prova. Non veniva nemmeno specificato quale perchè capire in cosa consistesse la prova faceva parte dell’enigma e, inoltre, molto spesso questo era assolutamente necessario per poter salvarsi la pelle. Infatti il livello della sfida tra i due era talmente alto e la rispettiva sicurezza nelle proprie doti intuitive così spropositata, che i due non avevano nessun problema a mettere a rischio le rispettive vite, nè vedevano nella cosa una reale minaccia o un motivo per indovinare delle intenzioni criminose da parte dell’altro. Era normale amministrazione per loro, diciamo. E questo ci riporta al piatto di tortellini alla cacciatora che quella sera madame Ivette De Lafontaine servì a messier Rambleon.

Già da tempo il nostro sospettava l’inizio di una nuova prova. A dire il vero ne era certo, anche se fino ad allora non era ancora riuscito a mettere insieme con certezza assoluta tutti gli indizi che, tuttavia, non erano passati inosservati.

Sin da quando Süssberg aveva annunciato il suo viaggio alla volta dell’Italia – durante il quale avrebbe accompagnato l’arciduca durante le visite ufficiali in vista dell’imminente Conferenza di Praga – messier Rumbleon aveva tenuto alta la guardia. Il primo incontestabile indizio fu una cartolina proveniente da Salerno. Sul fronte vi era riprodotto un grazioso acquarello con alcune casette colorate, sul retro l’elegante calligrafia di Süssberg che porgeva i suoi saluti in un italiano quasi impeccabile. A questa seguì una seconda cartolina; questa volta Süssberg era a Taranto. La cartolina riproduceva una veduta della città dalla quale, ancora, si porgevano i migliori saluti etc. etc. Fu poi la volta della cartolina da Napoli che ritraeva il bellissimo golfo con il vulcano sullo sfondo e poi quella da Chiavari. Rumbleon ovviamente sapeva che tutto si giocava sulle cartoline ma mettendo insieme le immagini che riproducevano non era stato in grado di indovinarne il senso. Anche l’analisi della calligrafia e la ricerca di possibili anagrammi nascosti nelle frasi non aveva prodotto nessun risultato apprezzabile. In effetti era riuscito ad indovinare un messaggio in codice nascosto tra i saluti ma questo si era rivelato essere un meschino depistaggio di Süssberg che aveva come scopo far perdere tempo e preziose energie a messier Rumbleon (il messaggio criptato diceva testualmente: “Complimenti mi hai trovato, firmato Messaggio Criptato”).

Fu solo quando ricevette la cartolina da Chiavari che qualcosa si accese nella testa di messier Rumbleon. Quando poi al suo ritorno a casa si vide servire quel piatto di tortellini di Bologna il cerchio si chiuse e dichiarò a sè stesso che l’enigma era stato risolto.

– “Ivette per cortesia aggiunga un posto a tavola. Fra non molto avremo un ospite.”

La signora De Lafontaine rimase un attimo perplessa ma non fece in tempo a pronunciare nemmeno una parola. La grossa campana in ottone abilmente cesellata con immagini di draghi ed elfi trillò allegramente, spezzando il monotono silenzio di Palazzo Champeliér e annunciando la venuta del nuovo ospite. La serie di due colpi ripetuti per tre volte in modo molto rapido non poteva trarre in inganno: la porta si aprì e un euforico più che mai Bertrand De Süssberg fece il suo ingresso all’interno della magione. Questi stette un attimo fermo come se fosse in attesa di un segno e poi attaccò a parlare:

– “Oh oh mio caro amico! Questo silenzio mi bisbiglia nell’orecchio che…”

Ma fu subito interrotto da un suono acuto e sgradevolissimo: “Bwhuaaaaa-bwhuaaaaaa!!!”.

– “Cosa? Come? La trompette?”, disse Süssberg. “Non è assolutamente possibile!”

– “E invece si mon ami, l’enigma è stato risolto!”, gli fece eco la voce trionfante di messier Rumbleon.

Si da il caso che ognuno di loro avesse adottato un particolare segnale per rimarcare trionfalmente che era giunto con successo alla soluzione dell’enigma sottoposto. Nel caso di Rumbleon il segnale che ne annunciava la vittoria era una vecchia trombetta arruginita e stonata alla quale era tuttavia molto affezionato perchè era appartenuta al generale DeFoe ed era uno dei pezzi forti della sua collezione di reperti storici. “Ognuno combatte le proprie battaglie con le armi che la Provvidenza gli ha fornito. Il generale DeFoe celebrava la vittoria della spada con questa trombetta ed io, Rumbleon, allo stesso modo celebro la vittoria della ragione”; così era solito dire il proconsole prima di iniziare uno dei suoi interminabili discorsi sull’analisi logica. Ma non divaghiamo…

Con il volto in preda ad un espressione mista a incredulità e rabbia Süssberg si fece strada verso la sala da pranzo dove Rumbleon l’attendeva. Madame Ivette, poveretta, seguiva tutto questo senza proferire nemmeno una parola e, mentre ancora teneva in mano il pesante cappotto del signor Süssberg si chiedeva, com’è giusto che sia, che cosa fosse la stramberia alla quale stava assistendo.

Süssberg irruppe nella sala da pranzo e, con sua grande sorpresa, vi trovò messier Rumbleon seduto a tavola che con fare elegante degustava i suoi tortellini. Per un attimo un ghigno malefico comparve sul volto di Süssberg; ma fu solo un attimo perchè il fare sicuro di Rumbleon gli lasciava intendere che la vecchia volpe doveva saperla lunga.

– “Benvenuto, mio caro amico. Accomodatevi pure…”, disse Rumbleon facendo segno verso il posto vicino al suo che la signora De Lafontaine aveva preparato poco prima.

Süssberg si sedette obbediente al suo posto, ansioso di sentire la soluzione dell’enigma. Questa volta Rumbleon doveva aver superato veramente sè stesso: non solo aveva superato la sfida ma addirittura, con fare tronfio, portava la forchetta alla bocca dimostrando di gradire superiormente quella pietanza avvelenata.

– “Forse avete chiesto a madame De Lafontaine di mostrarvi la boccetta?”

– “Quale boccetta?”, rispose Rumbleon

– “La boccetta col veleno, mio buon amico… Era inclusa con la confezione di tortellini. Ho lasciato all’interno un biglietto dove istruivo madame su come versarlo sui tortellini non appena questi fossero stati pronti per essere serviti; l’ho spacciato come un ingrediente segreto della ricetta originale insomma”.

– “Non ne so proprio nulla”, disse un po’ scocciato Rumbleon. “Ma vi assicuro”, proseguì, “che sarebbe altresì scortese da parte vostra se rifiutaste di unirvi a me a questa prelibata cena.”

Così dicendo servì una lauta porzione di tortellini nel piatto di Süssberg che, con estrema attenzione, seguiva ogni suo movimento.

– “Oh non abbiate paura Süssberg”, disse l’ospite sorridendo, “vi assicuro che sono assolutamente innocui adesso. Nel mentre che Ivette si recava alla porta ho provveduto a condirli con un altro ingrediente speciale: l’antidoto!”

– “Diavolo di un Rumbleon! Avanti raccontatemi tutto.”

Rumbleon ghignò di gusto mentre Süssberg si portava la forchetta alla bocca.

– “Sono davvero ottimi!”, disse

– “Senza dubbio!” gli fece eco Rumbleon.

Mentre riempiva generosamente il bicchiere del suo ospite attaccò con la spiegazione:

– “Ovviamente in un primo momento pensai che la natura e gli indizi della prova fossero contenuti nelle illustrazioni delle cartoline. Niente di più sbagliato. Ho spostato quindi la mia concentrazione sui messaggi di saluto scritti per vostro pugno sulle stesse; come voi ben sapete senza nessun risultato utile, a parte quel vostro ridicolo crittogramma che mi ha fatto solo perdere tempo. Molte grazie!”

– “Non c’è di che”, disse Süssberg inchinando ironicamente il capo mentre ingoiava l’ennesimo boccone di tortellini.

– “Ah davvero ottimi!”

– “Invero amico mio! E la mano di Ivette non poteva che impreziosire questo piccolo gioiello della gastronomia”.

– “Ma la prego continui pure proconsole…”

Rumbleon portò il fazzoletto alle labbra e poi proseguì:

– “Arrivati alla terza cartolina, quella da Napoli, ero ancora in alto mare; ma quando ricevetti quella da Chiavari finalmente capii: le città! I nomi delle città.”

– “Ah vecchio diavolo!”, disse Süssberg con voce roca.

– “Ma certo! Come potevo essere stato così stupido; confesso che la geografia non è il mio forte e men che meno ho dimestichezza con quelle terre così lontane dove lo splendore di Roma ha lasciato il posto al banditismo e alla pastorizia, ma una veloce consultazione dell’Atlante du Relieu mi ha confermato che c’era qualcosa di fuori posto. Salerno, Taranto, Napoli, Chiavari… quale razza di ubriaco poteva aver compiuto un giro simile e perchè? Per un attimo pensai che forse alcune fossero state recapitate in ritardo, ma verificando il timbro postale potei appurare che l’ordine era proprio questo. Bene: il nome delle città, mi concentrai su quello… Era chiaro che i nomi delle città nascondevano un messaggio.”

Süssberg annuì con un cenno della mano.

– “E allora”, continuò il proconsole, “capii immediatamente tutto. Quando questa sera tornando a casa madame Ivette mi ha informato che per cena ci sarebbero stati questi ottimi tortellini ricevuti in omaggio da voi, non ho fatto altro che avere la conferma definitiva: la prova consisteva nell’indovinare il nome di un veleno il quale, poi, sarebbe stato usato per avvelenare la pietanza che noi stiamo ora consumando”.

Fenomenale Rumbleon. Devo confessare che questa volta avete davvero superato voi stesso. Non era semplice!”

Rumbleon, sempre più fiero di sè, si alzo in piedi col calice in mano e si appoggiò con un braccio alla mensola del camino.

– “SAlerno, TAranto, NApoli, CHIAvari… SA-TA-NA-CHIA, Satanacchia! Era così evidente…”

A questo punto Süssberg si bloccò con la forchetta a mezz’aria:

– “Sa… Satanacchia…?”

– “Si, Satanacchia… un vero diavolo di veleno, ahah”, disse messier Rumbleon.

– “Ma no… idiota… Era: saLErno, taRAnto, naPOli, chiaVAri: Lerapova… ogni seconda sillaba… Ho adottato il metodo Dee-Kelly…”

– “Lerapova…?”, ripetè Rumbleon fissando lo sguardo verso l’infinito mentre con il dito accarezzava il bordo del bicchiere.

– “Si, Lerapova… lo “schioppacosacchi”… il più potente veleno di tutta la Madre Russia…”

I due si guardarono un’ultima volta prima di essere imprigionati nell’improvvisa paralisi che la lerapova provocava un attimo prima del collasso cerebrale. Negli occhi dell’uno c’era lo sgomento, negli occhi disillusi dell’altro l’incredulità e, senza che ci fosse bisogno di dirlo, seppero di aver perso tutti e due.

EPILOGO

Madame Ivette de Lafontaine entrò nella sala da pranzo a passo spedito. I piccoli passi ravvicinati che contraddistinguevano la sua camminata avevano un qualcosa di comico, sopratutto se si tiene conto del fatto che il suo di dietro, stranamente paffuto e rivolto all’insù, accompagnava ogni suo gesto con un curioso movimento basculante che ricordava in parte la gelatina in parte il burattinare buffo di un impertinente pupazzo grassoccio.

Si mise tra il signor Süssberg e messier Rumbleon che ancora stava appoggiato alla mensola del camino con il bicchiere di Chateau Lafite ancora in mano. Mentre sparecchiava metodicamente la tavola rivolse lo sguardo prima a uno e poi all’altro e infine disse:

In ogni caso non avrebbe funzionato lo stesso.”

Tirò sù il cendeliere e con grande eleganza soffiò sulle candele, spegnendole una alla volta come in un lento conto alla rovescia.

Arsenico miei cari. Banalissimo arsenico la cui aggravante non solo avrebbe reso vano l’utilizzo di qualsiasi antidoto ma ha fatto si che le vostre brillanti menti – e qui assunse un tono diabolicamente ironico – potessero rimanere vive e vegete, imprigionate nei vostri corpi paralizzati. Se non altro finchè le risorse vitali non saranno terminate ma, grazie a Dio, per un tempo sufficientemente lungo per potervi rivelare l’inganno nel quale vi ho tratti e del quale adesso vi ho messi a parte.”

Il terrore negli occhi di Rumbleon e Süssberg è quanto di più atroce si possa immaginare.

POSTILLA

La signora De Lafontaine non fu mai perseguita per il suo crimine. In verità mai nessuno ne seppe nulla. Tornò al paese natìo dove, grazie ai risparmi di una vita messi faticosamente da parte, rimise in sesto la casa di famiglia. Si stabilì definitivamente lì e vi rimase fino alla fine dei suoi giorni, vivendo una vita monotona ma felice, in compagnia dei suoi tre gatti.

EPITAFFIO

Un bambino vestito di stracci, pezze e rammendi, teneva le sue manine strette ai pilastri arrugginiti del cancello mentre osservava con attenzione e paura due strane luci violacee che ondeggiavano all’interno del Cimitero de La Papétte. Fuochi fatui! Doveva trattarsi di fuochi fatui come aveva sentito raccontare dai ragazzi più grandi. Si considerò fortunato ad averne potuto vedere non uno ma ben due e si mise in attesa aspettando l’evolversi degli eventi; ma quando ebbe l’impressione di udire addirittura delle voci scappò via terrorizzato invocando la mamma.

Qui giace messier Rumbleon: da lui l’intelletto temette di essere vinto, ora che egli non c’è più teme di non sopravvivergli”.

Ma che razza… ma cosa vuol dire? E’ ignobile!”

Ah e cosa dovrei dire io!?”, rispose Süssberg ondeggiando indispettito mentre il suo fiammeggiare prendeva una colorazione rossastra.

Oh suvvia Süssberg! Il vostro epitaffio è semplice ma dignitoso.”, disse Rumbleon.

Ma non lo credo proprio! E’ un meschino plagio dell’epitaffio di Schiaparelli!”

Non mi pare poco. Ma il mio? E’ così… così… volgare! Pacchiano oserei dire!”

Oh ma guardate Rumbleon”, lo interruppe Süssberg, “arriva il Generale”.

Oh bene! Questa sera oserò chiedergli come andarono veramente i fatti sul campo di battaglia a La Fayette”, disse l’ex proconsole pieno di entusiasmo (che manifestò con un’improvvisa spruzzata di verde che gli illuminò la fiamma come quella sul cappello dei soldatini a guardia del Famedio).

Le due fiammelle si mossero lentamente e con fare incerto in direzione dell’ossario.

Crede che anche noi un giorno potremmo avere un aspetto più concreto come il Generale, mio caro Süssberg? Con la spada e tutto il resto…”

Non ne ho idea. Non sono certo di conoscere ancora bene come funzionino le cose ora che siamo… così. In questa nuova condizione insomma”.

Morti, Süssberg”.

Non siamo morti amico mio. Pensiamo e parliamo ancora. E’ solo una condizione differente.”

Si, non lo metto in dubbio. Ma secondo i criteri umani noi siamo morti. Fermo restando che i misteri dell’aldilà – dei quali io e lei pian piano stiamo scoprendo la natura – sono un fatto incerto per i viventi”.

Poco cambia… sempre morti siamo”, disse secco Süssberg.

Si ma tutto questo fiammeggiare… mi da noia! E poi mi sento così impacciato”.

Le due fiammelle si fermarono per un attimo, in silenzio, come se stessero rispettivamente riflettendo su problemi esistenziali nuovi di zecca del tutto sconosciuti per i viventi. La verità è che in loro era presente la consapevolezza di essere stati imbrogliati due volte, una da madame De Lafontaine e l’altra da una natura capricciosa, variabile e lunatica che non aveva dato loro nemmeno il tempo di risolvere I grandi enigmi della vita che già gli metteva sotto il naso quelli della morte.

Ma per fortuna quel triste silenzio fu rotto dal loro nuovo amico e mentore. “Oh oh buona sera signori!”, disse con tono cordiale il Generale, mentre dalla bocca tirava avidamente un grosso sigaro che pian piano cominciava ad accendersi, anche grazie a Rumbleon che prestava il suo passivo aiuto come un improvvisato accendino.

I fuochi fatui si illuminarono ad intermittenza di tutti I colori dell’iride mentre seguivano il fantasma del Generale nell’ossario, felici di poter ascoltare le parole di quel nobile vecchio eroe. Una fitta nebbia si alzò rapidamente e abbracciò il cimitero mentre un colpo di vento spense i due lampioni di fronte al cancello. Per un attimo la luna si affacciò dalle nubi dando la buonanotte, ancora una volta, al piccolo paese di Gôgne sur la Mére che, ora, poteva finalmente dormire sereno.

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