Quid est Veritas, Claudia? Sai tu?

Non triste vagavo sentieri umidi di colori, dipinti di pioggia; sconosciuti al noioso cerchio del tempo umano, arrampicavano la collina voltando ora a destra ora a sinistra, dolcemente sinuosi, senza mai rivelare l’orizzonte dello spazio a cui non appartenevano.

Una porta squarcia gli alberi. Il camminare incerto tra i fili d’erba che inghiottono qua e là la stradina rallenta alla sorpresa di questa nuova.

Potrebbe dunque esserci qualcosa oltre. Non è il sogno forse l’ultimo approdo.

Attraverseró quel passaggio. Vedrò il luccichío di troppe stelle svanire; vedrò i colori delicati – olio abilmente schiacciato sulla tela in vece del sole; lo vedrò farsi buio. Il buio sarà stato fatto vuoto. Il vuoto lo si avrebbe voluto fare morbido niente prima del momento in cui vagherà un tempo, tremolando al calore del bitume, il riflesso dell’illusione prima nella quale questo incedere stanco avrà avuto inizio in un passato nel quale affogo ora la coscienza.

Sai tu, degli inganni della parola? E delle geometrie, lo sai? Eppure un tempo, prima del grande equivoco del nascere, eri in quello stesso buio. E non c’erano etichette per le cose, e non c’erano nemmeno quelle, le cose. Non c’eri nemmeno tu; ma eri.

Sai cosa se ne fa il buio eterno dell’universo di questo sole, e delle coniugazioni verbali?

Sai tu?

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