Corpi Interrotti

 

Quando Sarah riuscì finalmente ad aprire gli occhi rimase perplessa. Sapeva di essere stata imprigionata nel peggior incubo della sua vita, aveva lottato per tornare alla luce, aveva lottato per svegliarsi ma, appunto, rimase perplessa.

Per prima cosa riusciva a malapena a tenere le palpebre aperte: erano come incollate tra loro e sentiva un dolore pungente al bulbo oculare ogni volta che tentava di guardare il mondo di fuori. E poi era buio. Intorno a lei era tutto stranamente buio, silenzioso e alieno. Quella non era la sua camera da letto e questo la spaventava molto. Anche perché non riusciva a ricordare niente se non di aver dormito tanto e di essere stata imprigionata nel vuoto eterno di un sonno senza sogni dove la sua coscienza aveva lottato disperatamente per poter tornare al mondo reale.

Ma la cosa di gran lunga peggiore era che non riusciva ad avere coscienza del suo corpo. Non lo sentiva, non… non riusciva a capire dov’era. Poi d’improvviso le palpebre si fecero di nuovo pesanti. Lottò a lungo per tenerle aperte ma alla fine dovette arrendersi e sprofondò nuovamente in quello strano sonno mentre intorno a lei il buio e il silenzio continuavano ad abbracciare l’intero reparto di terapia intensiva dell’ospedale.

Buio.

Una. Due. Dieci, cento, mille mani cominciarono a battere sul vetro della finestra della camera da letto. Mani anonime a cui non corrispondeva un’identità. Mani senza corpi, mani di morti che dal buio della notte cercavano di entrare dentro per avere la loro vendetta sulla vita.

Il tenente John J. Patatini si svegliò urlando.

– “Oddio, quando finirà? Ancora quest’incubo…”, pensò mentre il sudore rigava la sua faccia grondando dalla fronte.

Ne aveva viste tante durante il suo trentennale servizio presso la squadra omicidi, ma una cosa così non sarebbe di certo riuscito nemmeno ad immaginarla. Tante e tante volte aveva desiderato di non essere mai stato assegnato a quel caso. Era sempre vivo in lui il ricordo della sera in cui era stato chiamato sulla scena del primo delitto del pianista. Lo shock che aveva provato nel vedere quel corpo non l’aveva più abbandonato. Quell’immagine era sempre davanti ai suoi occhi e, in particolar modo la notte, il ricordo prendeva vita e le forme e i colori pulsavano e lasciavano intravedere nuovi orrori e nuove paure.

Il pianista era un soprannome fin troppo elegante per un serial killer così spietato. Quello che faceva alle sue vittime era qualcosa di mai visto. Operava il pianista. Creava. Modificava i corpi delle vittime! Modellava su di loro forme da incubo che dimostravano lo sfacelo di una mente che, di umano, non aveva niente. E, per qualche ragione, le mani dovevano essergli di troppo nella realizzazione delle sue opere: a tutte le vittime erano state amputate ed erano le uniche parti del corpo che sistematicamente non venivano mai trovate. Le mani. Per questo i giornali lo soprannominarono “il pianista”.

Il tenente Patatini aveva pensato più volte di abbandonare il caso ma in qualche modo aveva sempre trovato la forza di andare avanti, se non altro per le vittime. E ora, finalmente, dopo cinque anni di atroci omicidi c’era stata una svolta inaspettata. Un sopravvissuto, quella che sarebbe dovuta essere la ventiquattresima vittima: Sarah Scammell.

Luce.

Per chiunque altro quella era la solita mattina grigio-verdognola con le strade sovraffollate di machine, ragazzini che andavano a scuola e uomini in doppio petto che correvano a passo lungo verso il loro posto di lavoro. Ma Patatini sapeva che quella non sarebbe stata una giornata qualunque. I giornali ancora non sapevano nulla, ovviamente, e questo garantiva quella libertà di movimento e tranquillità interiore necessarie per riuscire a fare il punto della situazione a mente lucida e condurre l’investigazione nel migliore dei modi. L’SMS di Johnsson diceva: “Sarah Scammell si è svegliata dal coma”. Era una giornata speciale e lui era uno dei pochi a saperlo.

Durante il tragitto in macchina verso l’ospedale Patatini rimase in silenzio tutto il tempo. Johnsson, che era alla guida, ogni tanto gli buttava un’occhiata di traverso ma lui rimaneva immobile con lo sguardo perso verso l’infinito. Era teso. Tesissimo. E proprio l’apparente assenza di segnali esterni lasciava intuire che aveva l’ansia alle stelle. Qui si sarebbe giocata la sua carriera. Lo sapeva benissimo: sarebbe potuto essere un enorme fallimento oppure l’occasione della sua vita, sia a livello professionale sia per ridare la pace alle povere vittime che da anni tormentavano i suoi sogni implorando giustizia, battendo le loro mani di morto sul vetro della sua camera da letto.

La partita a scacchi era dunque arrivata alla fine, e ci sarebbe stato un solo vincitore. Di questo ne era certo Patatini. E invece no. Le cose non andarono affatto come aveva sperato, e nemmeno come non aveva sperato.

Quando finalmente entrò nella stanza della povera donna fu subito colto da un brivido di terrore. Qualcosa era incredibilmente sbagliato; era peggio delle altre volte. Molto peggio. Sebbene coperto dal lenzuolo quel corpo suggeriva forme che l’essere umano non dovrebbe mai scorgere perché non sono umane così come non può essere umano il suo creatore. E poi, lei, a differenza di tutte le altre vittime era viva, e questo aggiungeva un qualcosa di innaturale in quella situazione che trasmetteva un forte senso di morte; era tutto estremamente drammatico e difficile da metabolizzare a livello psichico. Patatini poteva sentire la tensione corrergli lungo le braccia, le gambe e la spina dorsale. Gli sembrava quasi di sentirne l’odore mischiato a quello orribile dell’ospedale. Un odore morboso di pelle sporca, malata e impomatata.

Si avvicinò al letto. Sarah aveva gli occhi chiusi, sembrava dormire ancora. Patatini rimase immobile per un po’. Poi decise di guardare sotto il lenzuolo. Lo sollevò lentamente. Scoprì tutto il corpo e la visione, quella visione, si mostrò ai suoi occhi. Si portò una mano alla bocca per non urlare.

Le braccia erano state asportate e ricucite al contrario, una al posto dell’altra. Se ne stavano lí, con il gomito piegato quasi a novanta gradi ma dalla parte sbagliata. Ovviamente le mani erano state amputate a al loro posto, sui moncherini, erano stati impiantati dei prolungamenti ossei. Sembrava uno di quei lunghi insetti filiformi con gli arti superiori sproporzionati rispetto al resto del corpo. Successivamente fu stabilito che si trattava delle ossa delle gambe, perone e tibia per la precisione; erano state asportate, lavorate, adattate e impiantate nelle braccia. Le gambe, dal ginocchio in giù, non c’erano più e la parte superiore era stata storpiata in tal modo da tenerle in posizione sempre aperta. Un prolungamento di carne univa la parte esterna della coscia ai fianchi, come la membrana delle ali di un pipistrello. E poi… Poi c’era la cosa peggiore di tutte.

Le dita. Tante, tantissime dita che il pianista aveva pazientemente collezionato in quegli anni e che ora facevano bella mostra di sé spuntando dal tronco della donna, dove erano state impiantate a centinaia!

Patatini sentí che la follia si stava impossesando della sua mente. Cominciò a ridere in modo isterico. Cose del genere le aveva viste solo di sfuggita nei film horror di serie B. Proprio per questo la sua coscienza gli diceva che quella era una visione così’ estrema da poter essere considerata ridicola persino da un autore di horror degno di questo nome. Ma allo stesso tempo sapeva che quello che stava vedendo era reale, e questo creava una frattura nella sua mente. Ciò che non sarebbe dovuto essere e ciò che invece era manifesto davanti ai suoi occhi non avrebbero dovuto condividere lo stesso spazio e lo stesso tempo. Quella cosa non avrebbe dovuto essere lì sotto i raggi del sole del buon Dio.

Quello che avvenne dopo fu una questione di pochi secondi. Mentre lui era paralizzato dal terrore e sull’orlo dell’isteria Sarah aprì leggermente gli occhi. E sebbene non fosse in grado di aprire completamene le palpebre quello che riuscì a vedere, complice la testa sollevata verso il suo corpo dai cuscini, fu sufficiente. Il corpo interrotto che la notte prima non riusciva a sentire e a localizzare ora era davanti a lei. Vide quell’abominio e vide che era attaccato a lei. Vide che quella cosa era lei.

Dalla sua bocca orribilmente mutilata, nella quale il maniaco aveva impiantato delle lunghe zanne ricavate da altro materiale osseo prelevato dalle sue gambe, uscì un urlo che nessun orecchio umano dovrebbe mai sentire. Patatini rimase paralizzato dal terrore, ebbe l’impressione che il suo cuore avesse smesso di battere e per alcuni interminabili secondi la vista gli mancò. Quando gli tornò fu anche peggio: davanti ai suoi occhi quel corpo si dimenava in un modo osceno, seguendo linee e disegni anatomici che appartenevano all’inferno. E mentre quella cosa mostruosa continuava a gridare a delle tonalità bestiali dimenando verso l’esterno la lingua divisa a metà come quella di un rettile, centinaia di dita dritte sull’addome della donna si muovevano come campanellini magici che sembravano volerlo invitare a seguirli verso l’inferno da dove quell’orrore era venuto.

Fu un attimo. La mano di John Patatini scivolo lungo il fianco. E un istante dopo la canna della pistola cominciò a sputare fuoco in direzione della vittima che ora, purtroppo, incarnava l’essenza del male più oscuro che si potesse immaginare. Tutto ciò che di più mostruoso poteva esserci stato nel pianista viveva ora nella sua creazione più mostruosa. Il suo male prendeva forma e si incarnava di volta in volta nelle sue opere. Attraverso queste aveva tentato di liberarsi di quel male, aveva cercato di lasciarlo scivolare verso l’esterno. Voleva allontanarlo da sè, e forse questa volta c’era riuscito per davvero.

La canna della pistola fumava ancora. Quella cosa che una volta era stata Sarah Scammell, con la faccia spappolata da mezzo caricatore, smise di urlare. Patatini sentì di aver fatto la cosa giusta, sapeva che il suo era stato un gesto di pietà e redenzione. Le uniche possibili.

Un istante dopo Patatini girò la canna della pistola verso la sua bocca e fece fuoco. Quello fù l’ultimo crimine commesso dal pianista.

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