Il Signore dei Vermi

Fu come riemergere da un’interminabile apnea. Gli addominali si contrassero in uno spasmo dolorosissimo e, mentre a bocca aperta tirava su tutta l’aria che poteva, si ritrovò seduta con le natiche sul pavimento gelido. Gli occhi erano spalancati dal terrore, la bocca contorta in una smorfia orribile. Le mutandine bagnate: si era pisciata addosso.

“Mi hanno tagliato la gola, mi hanno tagliato la gola!”

Lo pensava più forte che poteva, ma dalla sua bocca non poteva che emettere solo qualche suono gutturale, mentre i suoi polmoni risucchiavano grandi quantità d’aria alimentati da degli spasmi compulsivi che non era in grado di controllare.

“Mi hanno tagliato la gola, e mo che faccio? E perché non sono morta? Perché non muoio!?”

Mentre formulava questi pensieri in preda all’agitazione un luccichio colpi il suo occhio.
La punta di un enorme coltello abbandonato sul divano sgocciolava lacrime di sangue che correvano lungo la lama scintillante. Per terra una pozza di sangue. Tracce di lotta. Poco oltre segni di trascinamento.

Le sembrò di ricordare qualcosa, immagini confuse e sfocate. Si alzò senza spostare lo sguardo dal divano rosso e dal coltello ancora più rosso. Si alzò e andò verso il divano e mentre  osservava meglio la lama un altro flash attraversò la sua mente che lentamente si stava riprendendo dallo shock. Spostò lo sguardo verso il sangue e si portò le mani alla bocca.

Seguì con lo sguardo le due scie che partivano dalla pozza e lasciò scivolare lentamente le mani sulla gola. E rise. I soliti problemini notturni, il solito incubo: la sua gola andava benone.

Era quella di lui che invece non andava affatto bene. E mentre osservava il suo corpo alla fine della scia di sangue la risata divenne prima isterica, poi liberatoria e infine satanica quando la vista della testa mozzata adagiata sul tavolo da pranzo le fece tornare d’improvviso la memoria.

Bastardi. Aveva fatto bene, dopotutto. Era giusto così, si disse. Finalmente era di nuovo libera. Sarebbe stata di nuovo giovane, ancora una volta.

Doveva solo sbarazzarsi di quello che rimaneva di quell’imbroglione che le aveva portato via tutto. E dei capelli bianchi. Doveva sbarazzarsi anche di quelli.

Fece il punto delle situazione e prese una decisione: avrebbe finito di tagliare il resto del corpo come già aveva fatto con la testa. E infatti così fece, con metodo, dedizione ed impegno.

Ci fu poi un bagno purificatore nella vasca e strappò i capelli bianchi che riuscì a trovare a mani nude. Il rituale funzionò: dentro di sé sentì di aver perso almeno dieci anni. Postò qualche selfie su internet e un brivido le accarezzò l’inguine quando vide che quasi in tempo reale l’americano aveva messo “mi piace”.

La gioia divenne per un attimo isteria perché sentì che qualcosa le sfuggiva, che la realtà che avrebbe voluto intorno a sé non poteva essere subito lì a portata di mano; poi venne la tristezza; rimase con lo sguardo fisso verso un punto indefinito e una voce nella sua testa le parlò: era la voce di sua zia; la voce di sua zia che quando aveva ancora sedici anni le diceva preoccupata: “Quanti sono Samantha? Promettimi che la smetterai. Queste povere creature Samantha… Devi fare più attenzione quando…”.

Ma ritornò presto in sé: aveva del lavoro da compiere. Decise di sotterrare il mostro vicino a dove aveva sepolto gli altri due la sera prima: quello piccolo e quello più piccolo ancora.

Stipó tutti i vari pezzetti dentro la buca in qualche modo e poi la ricoprì. Per un attimo pensò che se solo l’americano fosse stato lì con lei… Ma filò comunque tutto liscio: nessuno l’aveva mai cercata le altre volte. Era sempre andata bene.

Il signore dei vermi, benedetto, avrebbe fatto il resto. Le avide radici degli alberi anche di più.

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