La Stanza dei Bambini

Quando io e mio marito decidemmo di comprare la casa sulla collina fu una scelta motivata soprattutto dalle nostre limitate possibilità economiche. Ci sarebbero state tante buone ragioni per non comprarla: si trovava in un luogo abbastanza isolato; benché fosse di costruzione recente non dava l’impressione di essere una casa costruita secondo tutti i crismi; per accedere a qualsiasi tipo di servizio era necessario spostarsi con la macchina. Ma la casa in sé non era poi così male e volendo cercare delle motivazioni positive sull’opportunità di vivere in quel luogo le si poteva trovare esattamente dove qualsiasi considerazione negativa aveva avuto origine: sarebbe stato rilassante vivere in quel luogo lontano dalla città; eravamo a contatto con la natura; potevamo godere del bellissimo lago che si trovava a poche miglia di distanza. E poi la casa era grande e, soprattutto, costava dannatamente poco.

Passammo i primi sei mesi a sistemarla a dovere, scegliemmo con cura l’arredamento per ogni singola stanza, i colori delle pareti, decidemmo la disposizione delle camere. Solo la stanza dei bambini rimase vuota. Il compito di decidere come dovesse essere arredata spettava a me. Per me questa era una cosa molto importante. Mio marito lo sapeva e io l’ho sempre amato per quel suo modo sottile di comprendere e assecondare le mie necessità. Anche in quell’occasione mi lasciò fare.

Avevo ovviamente scelto quella stanza in quella posizione della casa, il suo arredamento, i mobili, tutti gli oggetti e i tendaggi in modo che l’ambiente fosse salutare per i bambini. In particolare mi spaventava l’idea degli sbalzi termici e l’umidità che, a quanto pare, non aveva risparmiato le altre stanze nelle quali erano presenti delle evidenti infiltrazioni che formavano delle orribili macchie di muffa sui muri. Per questa ragione feci trattare i muri con una vernice specifica e mi assicurai che la temperatura fosse sempre costante: ai bambini facevano male gli sbalzi di temperatura, era una cosa che dovevo scongiurare a ogni costo e, a quanto pare, riuscii egregiamente nel mio intento.

In capo a tre settimane avevo finito di sistemare ogni cosa a dovere e la stanza dei bambini era finalmente pronta, perfetta, così come l’avevo immaginata la prima volta tanto tempo prima, così come doveva essere. Dopo un periodo passato con noi in camera da letto li trasferimmo nella loro stanza. Era tutto perfetto ed io finalmente mi sentivo felice. Mi sorpresi persino a pensare che dopotutto non era stata una cattiva scelta quella casa e piano piano stavo imparando ad amare quel posto. Mi sentivo realizzata come madre e forse per la prima volta nella mia vita anche come donna. Sentivo che potevo finalmente, dopo tante difficoltà, abbandonarmi alla felicità.

All’improvviso però si presentò un problema inaspettato: i ragni. Erano dappertutto. Si potrebbe tranquillamente dire che infestassero la camera dei bambini. Quando per la prima volta notai le infinite trame delle loro ragnatele nell’angolo della stanza meno esposto alla luce del sole quasi mi venne un colpo! I ragni sono brutti, schifosi, pelosi; ma sono anche degli abili ingegneri, freddi, calcolatori, intelligenti e velocissimi nel realizzare i loro progetti. Infatti più ragnatele toglievo più ne trovavo. Ogni giorno, ogni santo giorno, nella stanza dei bambini c’erano una, due, dieci nuove ragnatele. E se in principio la cosa era limitata agli angoli più nascosti ben presto i ragni allargarono il loro dominio su tutta la stanza: mensole, giocattoli, libri; persino tra le zampe del cavallo a dondolo un giorno ne trovai una gigantesca e costruita in capo a una notte.

Diventò un’ossessione per me: ogni mattina andavo a controllare e ogni mattina potevo solo constatare con orrore che l’opera dei ragni continuava senza sosta. Avevamo già avuto problemi con i ragni anche nelle altre case, ma mai così.

Ben presto sviluppai una specie di sesto senso ed ebbi come l’impressione che qualcosa strisciasse nel cuore della notte. Strisciava sui pavimenti, sui muri, sui mobili. E poi sentivo chiaramente quel ticchettio. Il ticchettio delle loro zampe sul parquet, sulle pareti, sui vetri delle finestre che scalavano per arrivare al soffitto per tessere e tessere senza sosta. Erano i ragni, a centinaia, forse migliaia. Lavoravano come dei pazzi, senza fatica; filavano le loro trame e tramavano il loro odio contro di me, minacciavano la mia felicità bisbigliando cose oscene nella notte, mi accusavano, mi incolpavano, mi legavano coi loro fili argentati e mi tenevano prigioniera di ricordi che potevo vedere riflessi nell’oscura profondità di quegli occhi neri che, otto alla volta, tutto vedono e tutto sanno.

Alla fine cedetti psicologicamente, ebbi un crollo emotivo e nervoso. Mi mancarono le forze. Fui costretta a letto per molto tempo: presa da una febbre misteriosa che mi pungeva fin dentro il cervello non potevo più alzarmi; non potevo più distruggere l’opera di quegli orribili costruttori che immobilizzano la loro preda e la congelano nel tempo avvolgendola con il loro filo appiccicoso che tutto trattiene, trasformandola nella rappresentazione di colpe antiche come l’uomo. E questo è il motivo per cui loro hanno vinto, alla fine. Quella mattina aprii la porta della camera dei bambini, i miei bambini. L’umidità aveva rovinato molte delle cuciture, soprattutto intorno al collo e sui polsi; le ragnatele erano su di loro e come dei bianchi sudari li ricoprivano completamente. Erano nei loro nasini belli, nelle loro piccole orecchie, fin dentro le loro bocche.

Persino sulle loro labbra un po’ appassite dal tempo ma ancora belle, dottore, e che da ormai tredici anni non smettevano di ridere perché io, la loro mamma, avevo donato loro l’eterno sorriso quando dopo l’incidente con il coltello avevo deciso di imbalsamarli.

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