Proprio in quel momento una piccola stella…

Proprio in quel momento una piccola stella fece capolino tra le fronde dell’albero.

Ci sono dei momenti eterni ed immensi che non si vedono, ma ci sono. In quel momento la pellicola ha appena scartato un frame, la penna dello scrittore ha scarabocchiato una virgola, la mano del pianista ha esitato un attimo di troppo su una pausa; e allora per chi non sa vedere oltre, quel momento non esiste, quel fatto non è un fatto, nulla s’è compiuto. Ma non è così. Tra un frame e l’altro, dietro quella virgola, in quella pausa, in quel maledetto spazio tra le righe molto spesso c’è la storia stessa e i significati sono solo una cornice che, maldestramente, cerca di imitare le fessure di una tapparella che prova a bloccare la visuale, che confonde il quadro nel suo insieme, ma che non può fermare la luce del sole che c’è dietro. Non fatevi ingannare da questi segni, non credeteci mai troppo; guardate bene dietro. Osservate con attenzione oltre.

Proprio in quel momento una piccola stella fece capolino tra le fronde dell’albero; è così che inizia. La fine. Il vento girandolò qua e là un foglietto di carta e un grosso gatto strusciò il suo muso sulla panchina. La panchina quella di fronte al Ponte delle Sirenette. Era lì che ogni sabato, di solito nel pomeriggio intorno alle quattro o alle cinque, era solito sedersi il poeta-musicista. Lo vidi per la prima volta in un umido ma stranamente soleggiato sabato di settembre; lo notai subito per il pallore e per il fastidio che sembrava provare per la luce del sole. Lo soprannominai così perché sin dalla prima volta che lo vidi portava con sé un libro e doveva per forza essere un libro di poesie, sulle quali meditare avidamente… perché altrimenti non mi spiego come mai fosse sempre lo stesso libro. Solo in alcune occasioni – specie all’inizio – lo vidi tenere in mano qualcosa di diverso; furono degli spartiti, della carta da musica; e per quella settimana lo chiamai “il musicista”; ma poi tornò ancora quel libro. Nel dubbio rimase “poeta-musicista” e stop, e gli è andata pure bene. Lui stava lì e aspettava, o comunque sembrava che aspettasse qualcuno; lo dedussi sin dalla prima volta che lo vidi, da come ogni tanto si guardava intorno, a volte persino in modo un po’ circospetto, o così pareva. All’inizio sembrò essere una storia interessante, specie perché ero curioso di vedere chi fosse la persona che aspettava. Ma non arrivò nessuno il primo giorno. E lo stesso accadde la settimana dopo. Ma lui aspettava, di questo ne sono certo, ho occhio per queste cose; passo la maggior parte del mio tempo qui da anni, da decenni! Ho imparato a riconoscere le persone e sono pur sempre un drago, verde, ma pur sempre un drago: ho occhio per queste cose. La terza settimana, ancora di sabato: sempre lì.

Cominciai ad annoiarmi un po’ perché in verità sembrava non succedere nulla; ma ero certo che qualcosa sarebbe successo, lo sapevo. Succedeva sempre qualcosa. Nel complesso però, anche se la cosa sembrava andare per le lunghe, rimaneva sempre un’esperienza interessante osservarlo perché non smetteva mai di esibirsi in strane smorfie facciali che erano impossibili da decodificare perché totalmente immotivate. Per esempio alla quarta settimana mi prese quasi un accidente: in quel momento non c’era nessuno, solo lui e io. Silenzio totale. Ero concentratissimo sulla copertina, non ero ancora riuscito a scoprire il titolo del libro, vedevo solo dei segnetti neri in campo bianco (presumibilmente un’illustrazione) e una scritta piccolissima su una banda azzurrognola. Ecco, ero concentrato su quella, proprio in zen totale, quando all’improvviso fa uno scatto con le mani e alza la testa in alto. Ma così: all’improvviso scrutava con gli occhi stretti tra i rami dell’albero di fronte. Cosa? Quando? Dove? Mi chiesi… Niente ahah, non succedeva niente e non c’era niente; era una di quelle sue stramberie psico-cinetiche; guardava con attenzione qualcosa che solo lui vedeva, vallo a sapere. Un pazzo probabilmente; anzi sicuramente era un pazzo.

La quinta settimana si diede per malato, quella dopo arrivò in ritardo e quella dopo ancora se ne andò via prima del solito. Ma manteneva sempre una certa costanza. Una volta lo vidi stranamente sereno – di solito era sempre accigliato – e un’altra volta era chiaramente nervoso e spazientito: fumava più di quanto fumasse di solito, e fumava tanto. Dopo innumerevoli incontri venne il giorno dei giorni, non me lo dimenticherò mai: sheer heart attack, ahah! A un certo punto questo senza dire niente prende e si alza. E viene dritto da me! Ahah, no dico: me lo vedo che mi viene incontro, convinto! Io concentratissimo sulla copertina del libro ma lui è un po’ di sghiscio e c’ho lo zampillo che mi copre un po’ la visuale, cazzo! Oh lo stronzo: non mi infila un dito in bocca e prova a bermi dal naso!? Che coglione: s’è schizzato pure in faccia! Va be’ prova ad asciugarsi vicino all’occhio, dice “cazzo” guardandosi intorno per vedere la figura di merda che ha fatto, eventuali testimoni… Nulla, gli è andata bene! Oh la copertina: niente, sto libro se lo girava e rigirava, poi si gira e torna al suo posto. Va be quella è stata l’occasione d’oro mancata: non ebbi mai più modo di poter osservare il libro così da vicino. Che poi boh, sto libro ogni tanto lo chiudeva e se lo pettinava ahah… non so cosa facesse, passava le dita sul dorso in un modo strano come per rifargli la piega. No, aveva chiaramente qualcosa che non andava.

Come dicevo prima fu in rare occasioni che lo vidi senza il libro misterioso – ce l’ho ancora qui per non aver mai saputo quel titolo – tra cui il giorno che arrivò con il fiore, ahah. No dico: sono rimasto così! Dopo quella del poeta, musicista, un-po’-tutto-un-po’-niente – o quel che era – ci furono ovviamente molte altre storie. Ma questa è la fine di quella storia; quella che sembrava non aver avuto un finale certo, definito e che invece secondo me non aveva avuto… un inizio. Vallo a capire cosa facesse lì su quella panchina ogni sabato alla stessa ora. Ma se questo mo mi si presenta con ‘sto fiore, allora no, non ho capito niente di nulla, avevo fatto mille supposizioni, dallo spacciatore in su e all’improvviso mi arriva “innamorato”? Non esiste. Facile pure, coglione com’era, che era riuscito a farsi convincere a comprare il fiore da un cingalese ahah. No davvero, non lo so, non ho idea, mi arrendo… può essere qualunque cosa, qualunque storia, o magari non c’è proprio nessuna storia dietro al tizio e così il tutto finì per confondersi nel sogno del rosso sonno di un fiore. Una rosa che, prima di baciare per la prima ed ultima volta le gelide labbra della notte, sgocciolò una grossa lacrima che subito si fece ghiaccio. È così che finì.

Il vento girandolò qua e là un foglietto di carta spiegazzato e un grosso, rosso, gatto cominciò a strusciare il suo muso sulla panchina. Il poeta-musicista sembrò non accorgersi del gatto e guardando di fronte a sé si tirò su in piedi, di scatto, come sempre. Proprio in quel momento una piccola stella fece capolino tra le fronde dell’albero e per un attimo immenso, lungo lo spazio di un niente, mentre il poeta se ne andava, la luce di quella stella baciò quella goccia che la rosa lasciata abbandonata sulla panchina aveva deciso di piangere e che, in quel non-tempo, probabilmente pensò persino di essere un rubino. Da quel pensiero, nell’attimo di quell’illusione, nacquero forse altre stelle, altri pianeti, galassie e forse anche universi; anzi ne sono sicuro: altri spazi infiniti ed eterni ed altri tempi dei quali nessuno seppe mai nulla. Nemmeno il poeta – o quel che era – seppe mai nulla di quell’immagine, di quell’incredibile fotografia impressa in quella gocciolina congelata in quel tempo e nella quale lui compariva di spalle mentre se ne andava via per non fare mai più ritorno; ma c’era. Anzi, c’è. Per sempre. Io, ne sono testimone.

Io l’ho vista!

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